

SGUARDI D'AUTORE:
DANIELE GAGLIANONE
A cura di Davide Ticchi
INTERVISTA
Ringraziandolo intanto per la cordiale disponibilità e simpatia, riportiamo
l’intervista effettuata durante la sua presenza all’ottava edizione
del Genova Film Festival, dove il trentanovenne Daniele Gaglianone
ha riproposto la sua intera filmografia, compresa di alcuni suoi memorabili
cortometraggi dei primi anni novanta. Rimarcando spiccato interesse e smaniosa
attenzione nei confronti del sociale e della storia dell’uomo, il regista
ci ha fornito delucidazioni su alcuni aspetti della sua grande concezione
cinematografica:
Innanzitutto da cosa è nata l’idea
del tuo ultimo film Nemmeno il destino?
-Beh leggendo il libro di Bettin ho rilevato quelle
storie e quegli elementi che hanno caratterizzato la mia adolescenza. Mi sono
solo in parte attenuto alla storia del libro omonimo per la realizzazione del
film, perché anche se ritrovavo nelle righe quei volti e quelle persone che
hanno segnato questa mia parte di vita, vissuta nella periferia torinese,
volevo sveicolare dalla traccia letteraria del testo
per cinematografizzarla. Così ho delineato alcuni
nuovi tratti drammaturgici insieme allo sceneggiatore
del film. Come attraverso le immagini delle diverse possibilità che si
prospettano ai tre ragazzi, e che tutti e tre grazie al mezzo cinematografico
scelgono in maniera differente. Il film è diverso dal libro perché attraverso
l’immagine ho potuto mostrare la vita e la precarietà esistenziale dei
tre, come la loro frequenza scolastica il seguente abbandono, che nel libro
veniva dato per scontato.
Come mai in Nemmeno il destino è
ricorrente l’utilizzo della tecnica del ‘fermo macchina’?
-Sostanzialmente aveva una funzione di espressione emozionale, dato che
attraverso questo sistema ho potuto rappresentare la precarietà e la
sottigliezza dei tre protagonisti. Così tutti sembrano sparire nel sogno che fa
Alessandro in mezzo ai treni, e così ricomparire in altre sequenze.
Principalmente funzione espressiva quindi.
In quale dei tre personaggi ti configuri
di più?
-Considerato che Ferdi è il capobanda, il trascinatore, che Toni è quello che
vuole spaccare il mondo e predominare sugli altri, e che Alessandro è quello
più timido, che sembra stia sempre un passo in dietro agli altri… Si
forse proprio Alessandro è il tipo che ho impersonato maggiormente durante la
mia adolescenza, visto che ero sempre quello più riflessivo, che stava sempre
un po’ da parte, anche se Ferdi rientra in me in alcune sfaccettature
legate all’avventura, come la scalata dello scheletro del palazzo in
motorino.
A cosa pensi sia dovuto l’insuccesso
da parte del pubblico nelle sale di Nemmeno il destino?
-Premesso che si tratta di un discorso vasto e svariatamente opinabile, penso
che il sistema di distribuzione odierno sia la principale causa della mancata
affluenza nelle sale dove viene proiettato buon cinema. Infatti ormai nei multiplex non regna più lo smercio e la vendita del
prodotto filmico, del film, ma del corredo, come possono essere pop corn, coca-cola, gadgettistica…
Siamo male abituati, non per colpa nostra ma per colpa di un sistema che
accettiamo e prendiamo come unico e solo. Per questo poi la gente non è più
abituata ad andare al cinema per vedere un film, e reagisce non andando a casa,
guardando la televisione o scaricando i titoli da internet. Ma volete
paragonare la magia presente nello schermo di una sala cinematografica, con
quella presente nello schermo di un pc dove la
qualità è imbarazzante?!
Comunque il problema sta in un abitazione a un sistema cinematografico che non
va, rivolto alla vendita dell’accessorio o con gli occhi rivolti già
all’home video.
Riguardo al mio film comunque sono molto soddisfatto perché ha riscosso
entusiastici consensi da parte di critica e pubblico, per chi l’ha visto
ovviamente. Proprio adesso “Ferdi” rappresenta Nemmeno il destino
al festival di Taiwan dove pare abbiano dovuto aumentare il numero delle
proiezioni dato il grande afflusso di pubblico. Non posso che ritenermi
soddisfatto.
Riguardo I nostri anni ho notato che
sono presenti più tipi di bianco e nero utilizzati in differenti occasioni e
scenari, mi confermi questa impressione?
-Certo, le differenti tipologie di pellicola per la precisione erano ben sei,
ed ognuna di essere veniva corrisposta ad uno scenario ambientale ed interiore
ben preciso, come nella montagna dove l’immagine risulta più granitica
per la sospensione e la senilità dello scenario. Ma sostanzialmente sono giusto
due le pellicole che più risaltano in quest’ottica,
come la prima utilizzata nel presente, dove l’immagine risulta più
definita e chiara, mentre nel passato questa assume caratteristiche di
sgranatura e risulta quindi molto più calda.
In conclusione ti faccio presente ciò che più mi è sembrato evidente nel tuo
cinema, ovvero l’importanza quasi evocativa attribuita al tempo. Come
questo secondo te può condizionare la vita dell’uomo? E come ne I nostri
anni e nel corto Luoghi inagibili in attesa di ristrutturazione capitale,
potrebbe essere l’anzianità il vero filo conduttore del tuo cinema? E
infine la storia umana composta da passato, presente e futuro, potrebbe nel tuo
cinema annullarsi o dividersi da quella della vita di un uomo, che non ha
classificazioni, ma la sola nascita e la sola fine?
-Si certo, l’elemento del tempo è ricorrente nel mio cinema e sta forse
alla sua stessa base, ecco che il tempo costituisce la memoria e
l’esistenza umana, la costruisce e la sedimenta nella storia. Così la
distinzione apparente tra tempo storico e tempo umano, dove l’uno non
corrisponde all’altro, ma entrambi dipendono tra di loro. Le vite di
certe persone hanno segnato la storia e non vorrei che tutto questo fosse
dimenticato o sotterrato, per questo in alcuni miei film certe vite umane
caratterizzano ampiamente certe situazioni storiche o certi oggetti o
abitazioni a cui gli anziani sono affezionati. Per questo essi ci appaiono come
fili conduttori e guide per determinate esperienze. Come in Luoghi inagibili in
attesa di ristrutturazione capitale, ambiente condominale dove sono entrato
senza sapere nulla, e dove stando a contatto con le persone che lo abitavano,
ho avuto la possibilità di uscirne conoscendo tantissime cose.
Progetti futuri?
-Ho in cantiere un libro che vorrei scrivere. Cinematograficamente
parlando ho solo qualche idea, più avanti si vedrà.
PERCORSI DI STILE
I
NOSTRI ANNI
REGIA: Daniele Gaglianone
CAST: Virgilio Biei,
Piero Franzo, Giuseppe Boccalatte
SCENEGGIATURA: Giaime
Alone, Daniele Gaglianone
ANNO: 2000
TRA VITA E MORTE
I nostri anni è un film segnato dal passato, Gaglianone
è un regista che lavora in funzione del passato e delle conseguenze storiche
derivate da esso, ed un passato così terribile, non può far altro che segnare
il presente ed il lavoro avviato da questo giovane regista. I nostri anni, dopo
i numerosi cortometraggi di stampo sociale realizzati nelle vicinanze della
Torino del regista, rappresenta un punto di partenza o di arrivo per la
direttrice storico-sociale assunta da Gaglianone. Il suo cinema si distribuisce omogeneamente
sulle braccia del tempo, e le porta all’unione, fra passato e futuro, nel
lancinante e quanto mai reale presente. Ecco che per mezzo della realtà
circostante, il regista può seguire e riportare le più tristi problematiche
sociali, date anche dall’attuale disattenzione del cinema e di ogni arte
contemporanea al realismo. E dopo gli splendidi cortometraggi trattanti tali
problemi, l’esordio di Gaglianone avviene
nell’anno 2000 con uno dei più bei film italiani degli ultimi anni. I
nostri anni è un opera molto complessa, che basa i suoi importanti significati
sulla percezione dello spettatore, che deve esser tanto fina da cogliere sia
quelli espressi dalla sceneggiatura, che dalla tecnica utilizzata. Come
all’inizio del film dove si capta già nel bianco e nero della pellicola,
una differenza tonale tra quello utilizzato nelle sequenze del passato, che risulta
più scuro e sporco, e quello utilizzato nelle sequenze presenti, molto più
definito e chiaro. Così come nei gesti e nelle riflessioni dei due anziani
protagonisti, che talvolta si comportano in maniera fuorviante da quella che il
soggetto farebbe presumere, mentre questo è chiaro sintomo di ampliamento
espressivo, che concerne acute considerazioni sull’anzianità, il ricordo,
la guerra dimenticata.
Alberto e Natalino sono due ex partigiani che hanno vissuto la seconda guerra
mondiale. Quando a Natalino riaffiorano i fantasmi della guerra Alberto ritrova
un ex ufficiale delle brigate nere, colui che aveva ucciso sadicamente dei loro
compagni partigiani. Così l’unica soluzione per purificarsi e purificarlo
sembra essere quella di ucciderlo.
Con due interpreti d’eccezione, anziani signori che coi loro volti
esprimono ogni concetto possibile, il primo lungometraggio del regista torinese
si limita ad osservare, con sguardo talvolta latente e indiscreto, le realtà
umane nella loro più completa accezione, dove comunque a giovinezza corrisponde
“ricordo” e a vecchiaia corrisponde “ricordo”.
Lavorando con rara sensibilità e cognizione del reale Gaglianone
sperimenta il catturarsi del ricordo, di come esso sia indomabile anche in età
avanzata, e di come segni un’intera vita, specie se attraverso essa è
trascorsa una guerra. E pur non dichiarandosi apertamente come film della
memoria, I nostri anni scorre sullo schermo con passo luttuoso e sentenzioso,
dove sono prima di tutto suoni ed immagini ad ammettere la superficialità del
presente storico ed umano. Annullando così ogni concreto riferimento temporale,
il regista redige una nuova teoria sul tempo, ovvero che per una vita intera
non esista né passato, né presente e né futuro, perché nessuno è legato ad
altro tempo se non al proprio, a quello della vita che inizia e finisce. Tutto
il resto è storia.
NEMMENO
IL DESTINO
REGIA: Daniele Gaglianone
CAST: Mauro Cordella, Fabrizio Nicastro, Giuseppe Sanna
SCENEGGIATURA: Giaime
Alonge, Daniele Gaglianone,
Alessandro Scippa
ANNO: 2003
GLI ANNI IN TASCA
Oggi il cinema di Daniele Gaglianone è una realtà,
nel nostro bel paese dove aleggiano soltanto risentimenti storici o
ricercatezze ondivaghe il regista torinese fa quello che tutti gli altri
registi del mondo dovrebbero fare, ovvero parlare di sé, delle proprie
esperienze e della propria vita. La sincerità del contenuto è nel suo cinema
sostenuta da una grandissima capacità tecnica, che va dalla sperimentazione al
tradizionale utilizzo di carrellate e panoramiche, e che gli permette di
esprimere al meglio la sua ariosa ma opprimente percezione esistenziale.
Nemmeno il destino è un film molto complesso e lento, decisamente meno riuscito
del precedente I nostri anni, ma con una sceneggiatura molto cara a Gaglianone. Il film narra le vicissitudini di tre ragazzi
della periferia torinese, che vivono nella totale dispersione della loro
giovane età, entro la quale non esistono vie di mezzo, ma solo pericolosi
radicalismi. Infatti Toni, il più grande e grosso del trio, colui che sembrava
sempre dover spaccare il mondo, ma che alla fine si dimostrava un bravo e dolce
ragazzone, rifugge da quella realtà, andandosene. Alessandro e Ferdi, rimasti
soli smetteranno di frequentare la scuola, e badando alle proprie gravi
problematiche familiari, si perderanno lentamente fino alla morte di Ferdi.
Alessandro piegherà la sua esistenza in un verso che lo condurrà lentamente al
degrado psicologico.
Sono i tre disadattati che all’interno del complesso scolastico venivano
presi in giro da tutti, sono quelli che puzzano e quelli scartati dalla
società, sono quelli con più problemi di tutti in famiglia come nella vita, e
nessuno sembra accorgersi di loro. Daniele Gaglianone
afferma di aver vissuto in mezzo a queste persone, di identificarsi
parzialmente in ognuna di esse, ed anche se in funzione di un altro rapporto,
di aver avuto gli stessi problemi dovuti essenzialmente all’età. Nemmeno
il destino ostenta infatti i problemi di questi tre ragazzi, sempre da un punto
di vista estremo, quasi allucinato, che è quello scaturito da una mente in
formazione, facilmente influenzabile e psicologicamente labile. Così quei tre svalvolati si trovano davanti a un bivio, ad una scelta che
li condurrà in una strada o in quella diametralmente opposta, quella scelta che
devono riuscire a prendere da soli, mettendo in atto la vera prova di
maturazione. Quei tre ragazzi fanno un po’ tutti parte anche della nostra
vita, come ricorda il regista: “chi mai non ha avuto un amico in età
adolescenziale, con cui ha condiviso bei momenti, intere giornate, ma che non
ha poi mai più visto? Di cui ha perso completamente le tracce e di cui comunque
riserba nella memoria quell’immagine di eterno
sedicenne…”. Tutti gli elementi di Nemmeno il destino sono
predestinati all’empatia, vissuta o meno, ma sempre reale, e le
problematiche familiari, la percezione del tempo e dello spazio, fanno parte di
un viaggio iniziatico e sociologico che troppi
ragazzi non riescono a portare a termine. Con cordoglio, buoni presupposti e
non senza un bel po’ di bravura, Daniele Gaglianone
rende omaggio a questi nostri ex amici, a queste parti di noi di cui abbiamo
perso le tracce, di cui ci siamo dimenticati, e di cui spesso siamo vittime
nell’età adulta. Un film fatto di sospiri, di frasi sussurrate
nell’orecchio del mondo, di diseguale ma sconfinata bellezza, insomma un
opera intima, reale, vissuta, e raccontata con commovente sincerità. Nemmeno il
destino è un film difficile da digerire, che evidenzia a tratti vere e proprie
inconcludenze che non vanno a giovare al complesso filmico, ma al contrario lo
trattengono in una dimensione malata e umiliata che rischia di fuorviare il
messaggio principale.
Tratto liberamente dal libro omonimo di Gianfranco Bettin,
il secondo film di Gaglianone si ispira oltre che
alla sua vita, anche ad un proprio cortometraggio realizzato nel 1995: “E
finisce così”.
(19/09/05)