


CRYING OUT LOVE, IN THE CENTER OF THE WORLD
REGIA: Isao Yukisada
CAST: Takao Osawa, Kou Shibasaki,
Masami Nagasawa
SCENEGGIATURA: Yuji Sakamoto
A cura di Pierre Hombrebueno
FAR EAST FILM FESTIVAL 05’ REPORT: UNA STORIA
D’AMORE, PURA E SEMPLICE
Due ombre nascoste nell’oscurità della luna.
“Ti porterò là un giorno.. te lo prometto”, sussurra una voce. E
un’elegante carrellata all’indietro sembra soffiare lentamente per
non disturbare le due ombre, per lasciarli nella loro sacra intimità, per non violare
la purezza di un’amore scolpito nell’eternità di un’immagine.
Isao Yukisada infonda in un unico quadro poesia, dolcezza e malinconia; a differenza
dei tantissimi inutili hollywood teen movies, il suo è un film di immagini (poetiche), dilatate e
mai tagliate con un’ellisse perché preziose quanto i sentimenti che
racconta. Crying out è un’opera che non parla,
perché preferisce mostrare, e la tristezza è “solamente” un
primissimo piano di una lacrima che scende, l’amore è un forte abbraccio,
la felicità, un giro in moto aggrappato alla persona che si ama. Il tutto viene così portato ad un livello semiotico,
che a differenza di quanto potrebbe apparire, rende il film non di facile
portata, in quanto la scientificità nella costruzione per immagini cessa di
esistere per portare la propria significazione laddove la tecnica
cinematografica riesce sempre più raramente a colpire: oltre la mente,
trapassando il cuore.
Momenti brevi, ma eterni nell’emozione, colti in
flagranza dalla macchina da presa in una dilatazione che supera la frazione
spazio/tempo.
L’opera, il maggior successo dell’annata giapponese dopo Miyazaki, è qualcosa di grandiosamente infantile, perché
riscopre attraverso gli occhi banali e stereotipati dei suoi
protagonisti gioie e dolori del primo amore, di quelli che non si
dimenticano mai. O forse, più semplicemente, e sono certo di non errare
nell’affermarlo, il primo amore è quanto di più stereotipato possa esistere veramente. In questa sua venata semplicità, Yukisada riesce a descrivere veramente le emozioni di un grande piccolo amore che si vive solo a 17 anni, quell’affetto che ci sospende in aria, facendoci
volare come scemotti sognatori. Perché quando si
parla del primo amore, il banale diventa estremamente
naturale, ma anche qualcosa di personalissimo, e si è confinati in un proprio
mondo che nessun altro capirà mai, un mondo per gli altri irraggiungibile
perché confinato nelle proprie emozioni, custodite e nascoste.
E forse Crying Out è
veramente un film per scemotti, per sognatori illusi che
nonostante tutto credono ancora nel grande amore che supera persino la morte.
Questo è chiaro e logico, che l’opera sia stata concepita per andare
incontro agli inguaribili romantici, per coloro i quali il detto “meglio
esserci incontrati che separati che non esserci incontrati affatto” vale
ancora più di qualsiasi altra cosa, perché ciò che Yukisada
ci mostra è un amore talmente incontaminato di cattivi sentimenti da sembrare
falso per chi ormai in questo dono non crede più. E di falsità è stato accusato
Crying Out da quei critici intontati
dal materialismo, corpi senz’anima che forse mai potranno capire che in quest’opera c’è il riuscitissimo
ritratto, sincero fino al midollo, di un’amore
finito male ma vissuto oltre l’eternità. E’ alquanto preoccupante
come questa critica diffamatoria sia poi la stessa che
ha applaudito Closer di Mike
Nichols, dichiarandolo un “film adulto
terribilmente veritiero”.
Allora, messo così, optiamo per una divisione:
Closer film per adulti.
Crying out film per adolescenti.
Closer
film veritiero, perché demolisce un sentimento come l’amore.
Crying out film fasullo, perché mette l’amore al di sopra di tutto.
Capirete anche voi che qualcosa di losco non quadra. Che
oggi un film il cui punto forte è il suo amore, che scaturisce in ogni singolo
quadro, è definito falso e bugiardo. Perché se fosse
così, allora preferisco rimanere per sempre un adolescente la cui forza
affettiva scorre nel sangue, lo scemotto del
villaggio sfottuto da tutti perché ancora sogna il grande amore, augurandomi di
non essere mai come quella critica che non ha più il coraggio di sognare ad
occhi aperti.
E chi quest’opera non riesce a capirlo,
probabilmente non ha mai amato il Cinema, in quanto
più di ogni altra forma artistica, è proprio quella che da sempre ci insegna a
sognare ad occhi aperti.
(19/05/05)