LE CROCIATE

REGIA: Ridley Scott
CAST:
Orlando Bloom, Eva Green, Jeremy Irons
SCENEGGIATURA: William Monohan


A cura di Pierre Hombrebueno

RIDLEY SCOTT COLPITO DALLA SINDROME DELL’IMBECILLITA’

Con Il Gladiatore, Scott ha avuto il pregio di aver rilanciato un genere ormai creduto morto: Il peplum blockbusteriano.
Oltre ad essere una chiara operazione d’industria, la sua opera si portava quindi e comunque una vena di novità per il panorama, subito seguito da opere quali Troy, King Arthur e Alexander.
Anche Scott ha preferito evidentemente continuare l’onda del suo Gladiatore creando un altro film di genere, e la questione più difficile in casi come questo è vedere come lo stesso regista possa riuscire a re-inventare un genere da lui rilanciato.
Ma da Le Crociate non trasuda niente di tutto ciò che di Scott abbiamo visto in passato, come se egli sia stato colpito dalla pericolosissima sindrome dell’imbecillità, dell’incapacità di intendere e di volere. Oggi, 2005, la macchina da presa dello storico regista di Alien cessa di una propria funzionalità.
Ridley non sa più nemmeno come posizionare questa macchina da presa, è come stordito ed annebbiato. Così, per cercare di andare sul sicuro, piazza una moltitudine di macchine un po’ dappertutto e riprende in contemporanea. Come probabilmente si sarà detto: “Ok, ci penseranno quegli sfigati della sala di montaggio. Io ho fatto il mio lavoro. Ho piazzato macchine da presa ovunque”.
Il risultato è quindi si un lavoro di montaggio molto ritmico, ma anche un decentramento del quadro, perché Scott non vuole o non sente più la necessità di inquadrare, ma semplicemente di riprendere, senza tener conto della dinamica spaziale dei kolossal che hanno fatto la fortuna di Peter Jackson nella trilogia di ISDA. Le scene di combattimento sono un totale bordello: Scott pensa che basti l’uso di frastornanti movimenti di macchina per donare realismo, pensa che basti una fotografia sporca per imprimere nelle immagini la crudezza della guerra, ma probabilmente si è dimenticato che per dare forza ad un peplum blockbusteriano sia necessaria una maestosità geometrica nelle panoramiche per accentuarne l’epicità e un calcolo meno azzardante dello spazio tra le coreografie per coglierne la potenzialità estetica ed emotiva. Come detto in precedenza, egli non inquadra più, ma si limita a riprendere dal punto più favorevole e facilitante, senza dare un significato alle sue immagini e al suo occhio cinematografico, come se stesse destinando la sua opera ad un branco di analfabeti.
Il regista rinuncia anche a un dono che da sempre ha dimostrato di saper usare alla perfezione: la direzione degli attori.
Non è una novità, da Sigourney Weaver a Harrison Ford, da Joaquin Phoenix a Nicolas Cage, che Scott sappia dirigere bene gli attori. In quest’opera invece rinuncia a questa facoltà, lasciando Orlando Bloom alla sua solita inespressività che ha dell’irritante per chi non è una ragazzina di 13 anni.
A questo punto, le motivazioni del perché Ridley sia stato colpito da questa sindrome sono diverse. Azzardando una probabile risposta, forse si è semplicemente stancato di fare Cinema, e ormai gira film semplicemente per tenersi il proprio nome aggiornato tra le riviste.
L’unico punto in positivo per Le Crociate è la sua metaforica concezione politica, che inevitabilmente diventa proiezione della situazione attuale: una guerra inutile coperta da finti ideali usati come motivazioni, quando le vere finalità sono le proprie ricchezze per le tasche. Solo che per nostra sfortuna, Bush, Blair, Saddam e Bin Laden non possiedono la saggezza di Baliano e Salahadin nel capire che una tregua è sempre possibile.
O forse, più semplicemente, Ridley Scott non è altro che un Bush che cerca di far passare il suo operato per qualcosa di giusto e nobile, quando in realtà tutto ciò che vuole è mettersi i verdoni in tasca, senza rendersi conto che con Le Crociate ha annunciato la sua morte e la sua incapacità di muovere ancora qualcosa tra gli spettatori con la sua arte.
Insomma, per le sorti di Scott, anche noi diciamo: “Sia fatta la volontà di Dio”.

(08/05/05)