THE CONSTANT GARDENER

REGIA: Fernando Meirelles
CAST: Ralph Fiennes, Rachel Weisz, Hubert Koundè
SCENEGGIATURA: Jeffrey Caine
ANNO: 2005


A cura di Elvezio Sciallis

LA COSPIRAZIONE

Ogni volta che Hollywood affronta un tema delicato quale lo sfruttamento delle popolazioni povere e affamate da parte delle multinazionali cattive e spietate anche il più brillante dei registi rischia di cadere nella denuncia all’acqua di rose o, peggio ancora, nel paternalismo di bassa lega. Fernando Meirelles è, per nostra fortuna, sufficientemente abile e scaltro nel riuscire a evitare le sacche ideologiche più pericolose in questo tipo di tematiche ma purtroppo non riesce comunque a convincere del tutto con questo suo recente Il Giardiniere Tenace.

Dopo aver spiato e documentato lo sfacelo delle favelas brasiliane in City of God, questo filmaker raccoglie armi, bagagli e macchina da presa per saltare da un Terzo Mondo all’altro pensando di non perdere niente nella transizione.

Nella traversata intercontinentale dal Brasile al Kenya il regista smarrisce anima e tecnica e finisce con il girare una pellicola anonima e stravista, imbastendo in una cornice africana da cartolina ONU una retro-storia d’amore che appare solo retrò. Colpa forse dell’argomento e dell’ambientazione, a lui meno consoni e noti, colpa anche di una sceneggiatura che comprime e nello stesso tempo annacqua molti punti importanti del romanzo d’origine. Il passaggio dalla carta alla celluloide filtra parecchi elementi interessanti e impoverisce l’opera: si perdono temi di rilievo quali la messa in discussione della fiducia all’interno della copia, la visione dell’operato di lei come un reale problema per la diplomazia inglese o il rapporto che Tessa Quayle ha con la propria ricchezza… Per non parlare del profondo cambiamento operato sulla psicologia di Justin Quayle che da uomo freddo e rigorosamente razionale diventa in questa sede un uomo pavido, timido, goffo e impacciato cui nessuna nazione di qualche importanza affiderebbe mai alcun tipo di incarico diplomatico.

Il romanzo di John Le Carré offre uno scheletro confuso e approssimativo che permette al regista di saltare fra film di denuncia, spy story e romance senza mai approfondire o graffiare, e la scelta di Ralph Fiennes come protagonista non aiuta certo a risollevare le sorti della pellicola. L’interprete di Spider mostra ancora una volta di non trovarsi a suo agio in pellicole che richiedano un minimo di azione; l’attore britannico sembra prigioniero di se stesso, dando l’impressione di poter offrire ottime interpretazioni solo quando gli viene ritagliato addosso un personaggio ad hoc.

Le istanze documentaristiche e di denuncia si smarriscono ben presto nelle svolte di una trama che ci obbliga a vagare per stati e continenti fra pestaggi e intrighi: quando occasionalmente riemergono le baraccopoli e i bambini malnutriti si avverte un effetto di straniamento e artificiosità. Legnosa anche la divisione dicotomica fra i vari conflitti in atto all’interno della vicenda, con tutte le dinamiche che vengono rappresentate per una serie di contrasti forti privi di sfumature: bianchi e neri, adulti e bambini, ricchi e poveri, sani e malati.

L’accurato mix fra cinema verità e fiction che aveva funzionato in City of God grazie anche a una regia capace di osare fra split screen e montaggio pressoché perfetto, qui invece arranca e non convince a causa di una certa regressione stilistica di Meirelles.
Intrappolato in una produzione da venticinque milioni di dollari, il filmaker azzera la regia a una norma priva di spunti e facilmente confondibile con la mano di un centinaio di altri yes man, pur mantenendo un ottimo e frenetico rapporto con il suo Avid di fiducia e alternando con buona lena primi piani espressivi a campi lunghi suggestivi.

Meglio allora, per lo spettatore in cerca di qualche elemento di interesse, rifugiarsi nella palette cromatica proposta da Cesar Charlone che, come già aveva dimostrato in City of God, ha ottima sensibilità nel saper cogliere morbide sfumature fra il giallo e il rosso, la ruggine e l’ambra. Accanto ai pur ovvi (ma resi con sguardo comunque interessante) baraccopoli e mercatini ci ritroviamo, quando meno ce lo aspettiamo, a vagare per paesaggi che sembrano appartenere più a Marte o a Venere che al Kenya e al Sudan, e che rappresentano, insieme all’ambiguo e dolce fantasma messo in scena da Rachel Weisz, il reale valore di questa pellicola. Da segnalare l’intero gruppo degli attori non protagonisti con menzioni particolari per Bill Nighy e un Danny Huston abilissimo nel mettere in scena un personaggio lacerato da forze opposte (amicizia/amore, senso di giustizia ormai sepolto/cinismo e affarismo…).

Diventa a questo punto assai importante confrontarsi in maniera attenta con la futura terza pellicola di Fernando Meirelles, nella speranza che possa incontrare una produzione e una sceneggiatura più in linea con le sue capacità espressive che, in City of God, ci erano parse notevoli.

(26/02/06)

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