LE CONSEGUENZE DELL’AMORE

REGIA: Paolo Sorrentino
SCENEGGIATURA: Paolo Sorrentino
CAST: Toni Servillo, Olivia Magnani, Adriano Giannini


A cura di Alessandro Tavola

NERO AMORE FATALE

Tralasciamo il titolo italian-stereotipato per focalizzare l’opera seconda di Paolo Sorrentino, quella quasi eccezione quasi alienata nel panorama nostrano che è Le conseguenze dell’amore, solitario film sulla solitudine, la cui principale caratteristica è di essere uno dei pochi made in Italy, insieme a Cuore sacro di recente, ad essere fatti con una macchina da presa e non con una sceneggiatura.
Noir e macabra ironia si fondono nel narrare la storia di Titta Di Girolamo, con la sua vita ormai segnata e il suo misterioso lavoro, lo spendere i propri giorni in un hotel della meno turistica Svizzera, tra sigarette e silenzi, con poche e forzate interazioni con altre persone, quei personaggi anch’essi persi nel loro tempo e nei loro ricordi, fino alla svolta dettata dal titolo.
Iperbole sulla vita che riesce ad essere anche semplicemente cinema pregno, ricco di riferimenti, particolari e stile che riescono a sfociare prima in interesse e poi in pura emozione.
Binomio tra personaggi-interpretazioni (conturbante Servillo, triste e strafottente allo stesso tempo, come chi ha perso tutto) eco del disfattismo e vitalità di immagini, che accompagnano e narrano imponendosi come fossero un elemento tridimensionale e proprio della scena, sfiorando i caratteri dei personaggi, aleggiando tra panoramiche a schiaffo e sobri pianosequenza dove lo statico e il frenetico spesso si scambiano, e sempre ci si ritrova a guardare come se si stesse spiando un qualcosa che non ci appartiene, con degli occhi che conoscono la verità e che non ci appartengono, quelli di una regia che asetticamente mostra ma che poi si sofferma su particolari quasi innocui, umidificando un raccontare dove l’inquadratura stessa si distrae e svia, incupita, rattristata, forse sentenziante.
Ed è così che Sorrentino riesce a fare proprio quel creare immagini spoglie negli eventi e nella composizione ma ricche di magnetismo, cosa che da tempo non si vedeva, perlomeno non in occidente, aggiungendo un tocco totalmente personale, dove l’accumulo di minimalismi alimenta curiosità e tensione che si fanno onirica forza emotiva nichilista e snodo violento e fatalista.
Sembra di tornare alle tematiche cupe degli RKO ’50 con quella claustrofobia di luoghi ed eventi che qui si fondono con la modernità del montaggio che si auto-eleva dal banale anche quando semplicemente narra, e che poi eccelle in quel gioco cinematografico che è mescolare il prima e il dopo; e se ogni scena riesce a raggiungere un proprio personale climax meritano anche le musiche, soprattutto quelle originali di Pasquale Catalano che sposano lo stesso sapore della fotografia, quella di una perenne alba che però non ha un sorgere del sole.
E forse oggi suona banale e trendy dirlo, ma rimane azzeccato un confronto con Kitano e Kim Ki-Duk.

(19/05/05)