


LA SAG®A DE LE COLLINE HANNO GLI OCCHI
Considerazioni allucinatorie di una maratona visiva
A cura di Marco Compiani
Degenerazione da sequel…
Se dovessimo dare un giudizio complessivo sui quattro film della serie,
risulterebbe limpida fin da subito l’intollerante opposizione verso i due
sequel, rispettivamente quello dell’85 firmato Craven e l’ultima oscenità di quest’anno by Martin Weisz (sceneggiato sempre da Wes), esordiente al quale auguriamo un
siluramento dall’albo dei registi.
Sebbene il concetto di inutilità domini le due pellicole è giusto scrivere due
paroline che, all’insegna dello scherno e di un disgusto post-visivo,
hanno il dovere “professionale” di tracciarne perlomeno
un’idea di base.
Insomma il 2 è evidentemente un elemento nocivo non tanto per devianze
tematico-visive, comunque presenti, ma perché si distacca totalmente
dall’idea d’origine e procede verso soluzioni superficiali e
semanticamente vuote.
La seconda fatica di Craven,
realizzato di certo per fini unicamente commerciali, grazie anche al successo
della neonata epopea di Freddy Krueger , è un piccolo e banalissimo
teen-“horror”-movie, privo di qualunque forma di tensione e
prevedibile in ogni sua soluzione. Senza alcuna logica continuativa tenta
invano di ricollegarsi all’opera precedente attraverso lo strumento del
flashback che, riproponendo intere sequenze, martoria fin da subito una
sceneggiatura affaticata nel rendersi dinamica (questo è un chiaro fallimento)
e nel destare un minimo interesse.
Di certo noteremo alcuni dei motivi cari al regista, ma se correlati ad un
risultato così ridicolo, risulta saggio non prenderli neanche in
considerazione, in particolar modo perché tutti presentati in un’ottica
approssimativa e statica. E’ utile però soffermarci sul gruppo di
adolescenti che diviene il nuovo quadro sociale da scorniciare.
L’intenzione di Craven,
diversamente dalla frantumazione operata verso lo stereotipo della famiglia
americana e del suo implicito sogno (Le
colline hanno gli occhi 1977), risulta irritante, poiché superficiale nel
ritrarre l’universo adolescenziale, il cui esito denigratorio raggiunge
vette di iper-demenzialità, e lontano da un qualsiasi approfondimento
psicologico. Senza alcun presa di coscienza che comporti una maturazione del
personaggio, l’inanità dell’azione accompagna la comitiva di
ragazzi verso quello che sembra più un’esperienza da lunapark che un
incubo ad occhi aperti, soprattutto se il ruolo di uomo nero tocca a un popolo
triviale deturpato dalla sua maschera grottesca per una più propriamente da
mostro anti- Power Ranger. Il fallimento di Craven
non è però da limitare a questa esperienza, perché grazie al sodalizio con il
figlio Jonathan ha realizzato il soggetto per il secondo sequel, Le colline hanno gli occhi 2 (2007). Qui
si scende ancora più in basso, perché oltre a dimenticarsi ogni suggestione
fantastica e reiterando dialoghi la cui punteggiatura è basata su parolacce o
esclamazioni da ritardato mentale, focalizza la sua dubbia ironia sul
militarismo. Questa volta ad attraversare il deserto nuclearizzato sono dei
soldati della guardia nazionale inviati per rifornire con dei macchinari un
gruppo di scienziati già morti e sepolti. I brividi sono provocati non tanto
dalle efferatezze che si susseguono, come ci insegna il gore and splatter, ma
dagli accennati risvolti politici. Chiariamo una cosa prima di addentrarci in
espliciti giudizi: ci sono due possibilità per affiancarci al film, o come un
frutto dell’artesclerosi di Craven,
naturale per l’età, illusa di sbandierare la bandiera del pacifismo, cosa
che dubitiamo (sebbene le ultime porcate che l’auteur ha sfornato), o
come un semplice gioco deridente, adatto alla più gretta commercialità del
genere e ad un regista novizio (Martin
Weisz) sul quale stendiamo un velo pietoso. Optando per la seconda non ci
resta che evidenziare nuovamente come per la pellicola precedente lo scarso
risultato. Il soldato viene preso di mira a tal punto che diventa privo di ogni
capacità pratica, riuscendo persino ad uccidere per sbaglio il proprio capo
spedizione, e sottoprodotto di una cultura inneggiante una guerra
interpretabile dall’esterno più come un videogame che come esperienza
reale.
Comunque sia, il baratro che divide l’intenzione dal risultato è immenso,
così che la moltitudine di accenni polemici (satirici?) che la sceneggiatura ci
propone sono da filtrare con pietà, soprattutto perché indebitamente correlate
al piano visivo e, come ben sappiamo, il cinema è fatto di immagini.
Eclissi del sogno americano Craven (il
primo!!) e Aja
Raggiungere San Diego, raggiungere la California, il paese dei balocchi e il
(non)luogo della bella vita per una famiglia dalle più chiare connotazioni
borghesi che, con tanto di mega-roulotte, si avvia verso la più totale
disillusione. In simbiosi con la poetica di Craven
ed enormemente esplicitato dal remake di Aja l’onirico desiderio di evasione, è spento
dall’incubo del male-sociale rimosso, personificato da un deserto
flagellato da esperimenti nucleari e dai suoi deformati abitanti, ex-minatori e
vittime dell’indifferenza della modernità.
Il confronto è inevitabile e la norma sociale perde la propria dimensione
classista con un ribaltamento del rapporto vittime-carnefici, infatti
l’America sorridente e ovattata nel proprio consumistico materialismo
deve fare i conti con i propri mostri, non più relegati nell’universo del
fantastico ma concreti e presenti. Il deserto quindi è la barriera che infrange
con brutalità l’utopia del sogno americano, del quale Aja fa il nucleo centrale di tutta la sua opera, mentre in Craven il concetto risulta meno
trasparente, ma pur sempre deducibile. Il regista francese infatti pone da
subito la volontà di intraprendere una cinica e irridente operazione
dissacratoria, alliterata da un continuo simbolismo degli oggetti che assumono
nella loro applicazione funzionale un evidente valore iconoclasta, come per
esempio l’orecchio tagliato ritrovato dentro una tipica confezione da fast-food,
la cui ironia è abbagliante. D’altra parte non possiamo togliere tutto il
merito a Wes Craven, ideatore del
soggetto e quindi di questo immaginario ricco di numerose potenzialità
interpretative. Differentemente dal suo remake che, come sottolineato, porta agli
estremi il divertito gioco polemico di critica socio-culturale, Le colline hanno gli occhi 1977 è molto
più ludico e meno sondato in profondità. Il bifrontismo del dentro-fuori
sociale è indiscusso, ma la visione dell’autore poggia maggiormente su
soluzioni immaginose, a partire dalle taglio cromatico-fotografico, e su un
tono burlesco, quasi comico. Un aiuto a distinguere la diversità di questa
operazione autoriale sta nella caratterizzazione dei personaggi, sia per quanto
riguarda la famiglia “normale” che quella “anormale”.
La maschera borghese della US-Family è chiara in tutte e due le
rappresentazioni ma mentre Craven
mantiene una tipizzazione da sit-com in cui mancano infiltrazioni di natura
pscicologica, l’opera di Aja ha
il pregio di smontare l’apparente superficialità di comportamento per una
più profonda analisi umana che fa emergere una moltitudine di sfaccettature,
soprattutto nei momenti di crisi. Anche nella prospettiva della tribù dei
minatori il procedimento è diverso: l’elemento mostruoso nella prima
versione è carnevalesco, di una comicità sadica, ma divertente, molto vicino al
modus di Krueger o di Scream, i quali
si allontanano molto dall’estremizzazione attuata dall’autore
francese che traccia invece dei ritratti di estrema malvagità, sia
nell’estetica che nel comportamento.
From Beauty To Beast
I due pastori tedeschi: l’uno Beauty, l’altro Beast; il primo viene
subito squartato ad inizio film, il secondo, come il miglior Lassie o Rintintin
sarà un baluardo difensivo.
Questa indicazione apre le porte a una delle tematiche principali di tutta la
saga, la discesa agli inferi dell’essere umano che obbligato a svestirsi
dal suo travestimento “sociale” (insisto sulle virgolette
coerentemente alla dura avversione che suscita nei due film questo termine) e a
trasmutare nella più piena malvagità. Il battesimo è il sangue come ci mostra
bene Dug, che oltrepassata la sua incapacità di adattamento al di fuori del
proprio contesto (è la figura più modernizzata del film), diventa il
protagonista di un processo di (de)formazione, la cui apparente maturità non è
altro che una delle note più pessimistiche del film.
Col proseguire delle situazioni infatti l’unico mezzo di comunicazione
diviene la violenza più gratuita che trascende anche la più apparente logica
difensiva. E’ chiaro che questo sia frutto di una rabbiosa vendetta verso
la malvagità degli antagonisti, ma la violenza in quanto tale assume una
valenza ideale, ovvero il male è condizione naturale dell’uomo, che sia
intra o extra la civiltà. Passato il testamento alla nuova generazione, questa
si incammina nella prospettiva della più amara riflessione, oggetto di
derisione in Aja, su quanto concerne
il futuro. L’uomo è malvagio e questa verità assoluta non fa che
cancellare il limite che divide le due realtà messe a confronto: Dug, Bobby,
Brenda si avvicinano sempre di più al mondo triviale dei loro nemici.
Come non dare ragione al clip iniziale del remake, che con le note della
canzone More & More di Webb Pierce, trasuda questi funghi
atomici che danzano ritmicamente, intervallati da flash di inquietanti
deformazioni post-nucleari. Lo spettro della contaminazione è presente fin
dall’inizio, nessuno è escluso.
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