THE COAST GUARD

REGIA: Kim Ki Duk
CAST: Dong-Kun Jang, Jeong Hak Kim, Ji-A Park
SCENEGGIATURA: Kim Ki Duk


A cura di Claudia Scopino

KOREA FILM FESTIVAL 05’ REPORT: LE CONSEGUENZE DELLA GUERRA

La guerra di Corea ha lasciato inevitabilmente una profonda ferita, una divisione sofferta che dilania, prima ancora della visibile cortina di ferro che separa il paese al 38° parallelo, le anime dei suoi abitanti. Un paese diviso a metà, dove i militari sono addestrati ad uccidere chiunque osi passare quella cortina dopo il tramonto. In una serata di svago, forse troppo attratti dal proibito, una giovane coppia oltrepassa il divieto, e si ferma tra gli scogli a fare l’amore. Un soldato, determinato, dedito al dovere e coraggioso, scambia il ragazzo per una spia, e non esita a sparargli. Il corpo è trapassato dai proiettili, poi viene fatto saltare in aria da una bomba. La ragazza, terrorizzata, scioccata, piange e si dispera, si attacca all’unica cosa rimasta del suo amore: il suo braccio. E’ un evento drammatico che cambierà per sempre la sua vita, e che avrà effetti disastrosi anche sul soldato. Entrambi infatti rimangono traumatizzati, feriti nel profondo da quell’omicidio sbagliato. Lei cercherà il suo amore negli occhi desiderosi dei soldati approfittatori, lui invece ottiene un periodo di riposo, applaudito dai colleghi perché, dopotutto, ha solo fatto il suo dovere. Ma tornare ad un’esistenza normale è un utopia: troppi orrori, troppa disperazione ha coperto di polvere il suo presente. E’ tornare al suo lavoro l’unica via d’uscita, è uccidere ancora. Gli effetti che le mostruosità della guerra possono causare nei soldati è un argomento già trattato al cinema (e non solo). Uscire a cena con la fidanzata non è più una possibilità di svago: negli occhi rimangono gli omicidi, gli esercizi, gli spari. Kim Ki-duk ci racconta tutto questo in un film forse imperfetto, dove la regia rispetto alle altre sue opere è meno densa e affascinante a favore del contenuto, ma dove la storia attua inevitabilmente una sua attrattiva. Autobiografico, il regista narra nei dettagli la ferita di un paese, e quindi la ferita di un popolo. Torna uno dei suoi temi prediletti, la guerra, i soldati, qui raccontata quasi con ironia divertita, ma senza giudicare o voler trasmettere una morale contro la guerra. Ki-duk si limita a mostrare, certo con uno sguardo d’autore malinconico e tormentato, la divisione della sua corea, che ritroviamo pure disegnata col gesso sul campo da gioco dove i militari giocano a pallone. Un’immagine forte, metaforica, dei soldati che giocano con un paese, una guerra che ha spezzato i suoi cittadini, un popolo ferito nel profondo della sua identità.

(19/04/05)