CLEAN

REGIA: Oliver Assayas
CAST: Maggie Cheung, Nick Nolte, Bèatrice Dalle
SCENEGGIATURA
: Oliver Assayas, Malachy Martin
ANNO: 2004


A cura di Andrea Magagnato

QUANDO CAMBIARE E’ POSSIBILE E LA PUREZZA CI FA PIANGERE

Un movimento fluido e lineare di dolly che lascia andare Emily, mentre accenna un mezzo sorriso uscendo dalla sala d’incisione, e si conclude rilassato sulla baia di San Francisco per poi dissolversi sulle note di Down in the light con la voce di Maggie Cheung. Lo stesso rock struggente, melodico, sofferto, sussurrato della protagonista aveva commosso poco prima, all’interno della sala incisione, e aveva creato i presupposti per il suo improvviso e liberatorio pianto finale. Non è un pianto di dolore ma una reazione nervosa ad una sensazione nuova di pulizia interiore, serenità, finalmente chiarezza. Clean.
Sono dovuto partire dalla fine, non me ne voglia chi il film lo deve ancora vedere, per trovare un senso all’ermetico, simbolico titolo dell’ultima fatica di Olivier Assayas.
Un autore che era partito come critico nei celebri Cahiers du cinema e che conferma oggi la sua maturità con un’opera ricercata nella sua semplicità, attenta ed efficace nello sfruttare a pieno il mezzo audiovisivo nella sua completezza.
Si, perché Assayas fa delle sonorità sensuali, mistiche, “ambientali”di Brian Eno uno dei capisaldi della sua messinscena. Una musica studiata per accompagnare gli spazi, non più le immagini.
D’altra parte è lo stesso Assayas che afferma in un’intervista di detestare la musica cinematografica usata per commentare le immagini.
Se a questo forte e suggestivo arredamento musicale sommiamo la splendida fotografia di Eric Gautier che molte volte raffredda la realtà e le situazioni con le sue immagini livide ma mai impersonali, ecco che il linguaggio di Assayas comincia a trovare un ottimo terreno sul quale seminare e organizzare i suoi segni. Un humus decisamente fertile.
Urge soffermarsi un attimo sulla trama, che per la verità non ha niente di eccezionale, ma che è necessaria ad introdurre i personaggi. L’ intreccio non si discosta molto da quello di una comune soap opera ma il cinema, si sa, ha il potere di rendere meravigliosa la storiella più infima.
Emily Wang è una ex tossicodipendente che in seguito alla morte per overdose del marito Lee Hauser, una rock star ormai in declino, e dopo 6 mesi di carcere per possesso di eroina, dovrà ricostruire la propria vita imboccando la strada giusta e cercando di non perdere quel treno che rischia di essere l’ultimo disponibile.
Trovare un senso alla propria vita diviene il verbo di Emily che tenterà di riconciliarsi con il figlio (accudito sin dalla nascita dai nonni paterni) divenuto ormai abbastanza grande per affrontare la madre e le sue colpe.
A fare da spartiacque tra i pregiudizi che inevitabilmente sbarreranno la strada ad Emily e la definitiva riconciliazione con il figlio c’è Albrecht (uno smisurato Nick Nolte), nonno saggio, attento, comprensivo, disponibile...persona di rara nobiltà d’animo.
Due parole bisogna spenderle anche e soprattutto per la protagonista Maggie Cheung, che regge un film costruito appositamente sulla sua figura e sui suoi desideri (Assayas disse di aver voluto accontentare anche la passione per il canto di Maggie).
Emily è un personaggio positivo, sebbene si presenti come tossicodipendente, è una donna tenace ma sensibile, realista, che non ha vergogna né rabbia nell’ammettere i suoi errori e che sa quando è il momento in cui cambiare è l’unica scelta possibile.
Emily si presenta anche come una donna moderna, aperta a qualsiasi inclinazione sessuale e pronta ad adattarsi ai diversi contesti linguistico-culturali che le si presentano, gira il mondo e passa con facilità da Londra a Canada, da Parigi a San Francisco.
E tutto questo come poteva passare allo spettatore se non con un’interpretazione eccezionale di un’artista eccezionale?
Un personaggio così complesso inserito in un dramma così “classico” (che molti avrebbero reso tendente alla tragedia) era da prendere con le pinze.
Assayas compie un’operazione audace ma coscienziosa allo stesso tempo: in quel bel appalto di musiche e colori citato in precedenza si inserisce con una eleganza e leggerezza uniche.
Lo sguardo della sua mdp non è mai invadente, mai indiscreto ma preferisce cogliere di riflesso le sensazioni e i movimenti interiori dei suoi protagonisti.
In realtà l’incipit, un po’ tutte le prime sequenze, ci mette di fronte ad un film che sembra molto più spigoloso, una m.d.p in spalla e un montaggio serrato che destabilizzano le situazioni e lasciano intendere che nessuna situazione scomoda per i personaggi sarà risparmiata allo spettatore.
Ma quello che si capisce ben presto è che Asseyas non si ferma a indugiare nei momenti di disperazione dei suoi personaggi, a all’esasperazione dei momenti drammatici il regista preferisce rinunciare con una elegante dissolvenza che taglia il “prima” e/o il “dopo” lasciandoci solo dei frammenti di vita sparsi o utilizzando raffinati espedienti per non violentare l’intimità dei personaggi. Mi salta in mente la sequenza in cui l’amica parigina che ospita Emily esce di casa ma dimentica qualcosa, e ritornando sui suoi passi sorprende casualmente l’unico vero pianto di sconforto della protagonista che non ci viene quindi mostrato in soggettiva, ma con la classe di uno sguardo che preferisce arrivarci indirettamente, aggirando una scena che si sarebbe potuta rivelare altrimenti da stucchevole telenovela.
Questa messinscena fresca, intelligente, movimentata rende il film estremamente leggero; la vita, il passato e la personalità di Emily sono costruiti tassello dopo tassello con una sensibilità e musicalità tipicamente femminili.
La sequenza della riconciliazione col figlio è volutamente girata con un occhio piuttosto freddo e distaccato ed è giocata su un dialogo che a tratti pare un po’ troppo adulto (considerata l’età del bambino) ma che comunque allontana, o camuffa astutamente, frasi fatte e sentimentalismo.
E allora non posso che essere d’accordo con Mauro Gervasini ( FilmTv) che parla di un film “oggettivamente bello” nel senso di una bellezza che trascende il giudizio personale e si impone come dato assoluto, concreto, limpido, pulito.

(08/06/05)

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