
CEMENTO ARMATO
REGIA: Marco Martani
SCENEGGIATURA: Marco Martani, Fausto Brizzi, Luca Podelmengo
CAST: Nicolas Vaporidis, Giorgio Faletti,
Carolina Crescentini
ANNO: 2007
A cura di Alessandro Tavola
ACCIAIO E CALCESTRUZZO. OSSA E SANGUE. AMORE E MORTE .
È Bang e non più Splash. Occhi sgranati, non più Risata. Precipitare invece che Scivolare. Mettete un “meno” davanti alla commedia.
Martani e Brizzi son riusciti a traslare quel che han sempre fatto con i film di Neri Parenti: la costruzione impeccabile dell’intreccio comico diventa puramente drammatico e il climax della pochade, che col noir condivide l’ossatura, è qui di riflesso totalmente nero, crudo, devastato, senza speranza, punto inappellabile di non ritorno.
La cupiscenza, questa Martani è riuscito a rappresentare.
Più della paraepicità di Romanzo criminale, del liricismo di Tornatore con La sconosciuta, dello spiritualismo negativo di Soavi e Arrivederci amore ciao e del funk de La cura del Gorilla di Sigon l’affondo di Cemento armato è pura sporcizia periferica fatta Cinema, che proprio del lurido vuole raccontare e che con il lurido racconta, neanche lontanamente pensando a quel pudore che soffoca oggi la cine-messa in atto in Italia fatto di televisionismi, calchi sugli stili di Sorrentino e Garrone e banalità varie, tutti come se non esistessero, in una meditazione che di grande schermo (e dei conflussi letterari attraverso cui la crime-fiction vive) ha origine e fine, dedicata all’immagine e al raccontare a metà tra il pestacarne e le spire di una treccia; concettualmente, cinematograficamente limpida perfidia che nei sapori dell’angusto umorale ha le sue lacrime e il suo grido mai ruffianamente esposte ma meditatamente e, soprattutto, abilmente consumate e impressionate nelle inquadrare, di cui Martani non è in evidenza un virtuoso ma verso cui dedica ogni singola sfumatura, come se tutto – le sensazioni, i tempi, i luoghi – fosse già stato portato al macero della vita e qui riproposto post morte, nel non-organico, per ogni volto e ogni luogo, che ricorda l’immaginario su Milano, anche se siamo a Roma, che dall’arco del monotono e dell’apatia, del grigio non fugge, sbiadito e seccato, nel sangue scuro, che al contrario della lacrime non gronda, dove tutto è visto color piccione, senza identità e senz’essenza (ricercandola), diviso tra l’essere vivo e l’essere parte inerte dell’architettonica, denatura(lizza)to come in una chimica secondo la quale l’angolatura tagliente dei luoghi, delle note di Buonvino, della scala a chiocciola di avvenimenti e la pelle dei personaggi è avvolta dalla demarcazione di imperfezioni, solchi, acne, sporco, macchie, grinze, di ogni piccolo cambio di tonalità malaticcio: tutti gli elementi accomunati dall’essere, alla fin fine, poco più di un posacenere, un mondo detto come invaso capillarmente dal cancro, cronaca di speranze destinate a rimanere solo tali nella fisicità, compiute solamente nel frammento onirico, «Ti amo.», unico luogo in cui l’anima riesce ad esporsi nella sua ricerca di valore, a dire che aveva provato ad esserci, per i suoi personaggi, realmente sotto istinti e colpi di pistola, caduta d’Odio per la quale il vero problema è, nuovamente, l’atterraggio; più disegno che fato.
L’ironia è solo latente, il freddo e il cupo sono sovrani dove il positivo non c’è e tutto è letteralmente il negativo del comico, dove il futuro viene accartocciato e pressato fino a divenire solo una sensazione lontana.
Quella di Cemento armato è una perfezione acerba impressionante che, per quanto si possa dire delle mancanze recitative (da parte d’una critica che sta al Cinema quanto il clero di provincia alla filosofia) che anche con certe monotonie calzano pienamente con la ricerca del vuoto prefissata e finale, esplode quale bolla d’oscurità della sua stessa ruvidità cinematografica che è.
Classicismo tragico che pareva non competere più al Cinema, non in questa forma, la cui sincerità spiazza i benpensanti che possono solo rimanere penosi davanti alla spirale chiaroscurale di un esordio, un probabile capolavoro che senza dubbio sarà capofila, già gioiello di un Nuovo Cinema Aperto, che anche prima di essere Nuovo ha il pregio e il valore di Essere.
Il primo film di Marco Martani è pezzo del più recente capitolo di Storia del Cinema Italiano, se non culmine di una detonazione iniziata già qualche anno fa, che per la prima volta da anni torna a parlare di un Gruppo invece che di Singoli sparsi qua e là nelle lande produttive, sulla quale è a questo entusiasmo che bisogna rimandare: http://www.sentieriselvaggi.it/articolo.asp?sez0=2&sez1=11&art=23416
(21/10/07)