
CASINO ROYALE
REGIA: Martin Campbell
SCENEGGIATURA: Paul Haggis, Neal Purvis, Robert Wade
CAST: Daniel Craig, Eva Green, Mads Mikkelsen
ANNO: 2006
A cura di Pierre Hombrebueno
MORTE. VITA. E DI NUOVO MORTE. (MA
FORSE VITA).
Premesso che al sottoscritto non gliene è mai fottuto un cazzo di James Bond (Connery o Moore o Brosnan che sia),
eppure c’è da dire (e ammettere) che Casino
Royale brutto non è, seppur più volte basato sulla classica formula
dell’action infinito, addirittura dilatatissimo qui; si pensi al primo
inseguimento in Madagascar, che purtroppo ho dimenticato di cronometrare, tra
acrobazie che a momenti sfiorano i wuxia-pian e baracconate degne di qualsiasi
action movie di qualsiasi regista diplomatosi in una scuola di regia, e che
possiede dunque un minimo di basi riguardo una grammatica filmica che nel corso
delle scene movimentate riesce giustamente a presentarsi con un dinamismo eccellente
grazie ad una funzionale combinazione di campi in una serie di
montaggi-sequenza richiamanti magari una certa estetica da video-game, ma
capaci di assecondare le pulsazioni ritmiche dei corpi tramutati in macchine
volanti e scazzottanti.
E questo, è già fottuto action che potrebbe far contente molte persone (a dire
il vero dando anche una certa goduria al sottoscritto, futuristico, irrimosso
dal frenetismo, dallo scandire la diegesi come un petardo multi-effetto), ma
come già accaduto con quel Mission
Impossible III di Abrams,
c’è di più in quest’opera di Martin
Campbell, complice probabilmente anche quel Paul Haggis, che se può rivelarsi incapace in veste di regia, sa
invece il significato umano ed enfatico di una sceneggiatura che da essere
finalità, dev’essere invece mezzo compulsivo di un’operazione.
Certo, Casino Royale è palesemente di
plastica, ma talvolta ha un ingegno emotivo, un lirismo (para)evocativo
tutt’altro che sgradevole o fuori luogo, come se tutto questo,
finalmente, sia la buona occasione per celare momentaneamente il lato più
robotico (post-modernistico) del celeberrimo personaggio di Bond, tentando di
estrapolargli un lato di (ritorno all’)umanità, di sentimento. Perché
stavolta Bond non è più solamente un ammasso di muscoli e di furbizia, ma
mostra il suo tallone d’Achille, dunque il suo cuore, aprendoci una
piccola finestra affinchè possiamo evidenziare una parte di lui precedentemente
nascosta.
Perdio, James Bond si innamora. E il bello è che è pure cazzutamente credibile.
In un gioco d’erotismo che Campbell
gestisce con estremo magnetismo sessuale, servendosi del corpo (e del
fascino/estetico) così fottutamente retrò di Eva Green, che ha il carisma delle donne dei classici, del noir
così come del melò, in una costruzione iconografica per volteggiare
coinvolgimento ma contemporaneamente anche un alone di mistero e di attrattiva
del nascosto, come una femme fatale di cui saremo sempre indecisi se fidarci
totalmente o meno, sacrosanta dreamer dell’immaginario.
E finalmente, non più solo battute cool (o cult) spaghettoso. Non più solo
perfezione dell’eroe. Ma anche vulnerabilità. Crollo patologico. Come
quella bellissima scena di Bond che consola la sua Vyper sotto la doccia, colta
in quel piano (quasi) fisso che s’allontana lievemente per lasciare ai
suoi personaggi quell’intimità e quell’intimismo che tanto è
mancata nelle precedenti pellicole, perché in quel momento, proprio come i
soldati del Clint Eastwood di Flags of our fathers, Bond ritrova la
parte più vera di sé stesso (e che probabilmente non ritroverà mai più),
denudandosi momentaneamente della sua maschera da killer professionista e
spietato, da soldato, appunto, con quell’acqua che scende e in qualche
modo purifica quelle mani sporche di sangue, regalando un perdono e una piccola
speranza.
Fino a quel finale a Venezia, tragitto ultimo nel vero senso della parola. Dove
Bond, come un eroe solitario del western, deve necessariamente scegliere la
propria strada da percorrere. E come in ogni western (qui ritorniamo nuovamente
a Eastwood, o prima ancora a Ford), sappiamo anche che
l’opzione scelta non sempre è destinata ad andare avanti. Anzi, spesso
l’epilogo è proprio il momento ideale per l’eroe di ritornare
(controvoglia) anti-eroe, in quanto è impossibile cambiare il corso del proprio
destino.
Bond è un bastardo. Un killer. Il sogno di una vita normale con un amore
normale con una persona normale non può avverarsi. Perché una soggettiva
spiante ci avverte sempre di un pericolo, di un richiamo, un obbligo del fato a
riprendere le armi, quella licenza d’uccidere che pian piano, in un
futuro che si fa presente, annienterà questo prezioso lato umano per portarci
il “solito” agente segreto, quello che abbiamo conosciuto tutti in
questi anni. Quello che si presenta con “Mi chiamo Bond. James
Bond”.
Dunque, il film di Campbell,
nonostante i mille mila difetti che ha (telenovelismo eccessivo nelle parti
romantiche – morte ritmica nelle partite di poker – influidità nel
raccordo narrativo sotto più punti), riesce a ritagliarsi una fetta esclusiva nella
lunga filmografia del personaggio nato dalla penna di Ian Fleming. Perché in esso abbiamo udito lontane ma percepibili
ricostruzioni di un mito, mostrandoci accenni della sua reale potenzialità, di
ciò che potrebbe essere, domani, un film di James Bond, delle numerose
evocazioni che questo personaggio potrebbe suscitarci. E se quella di Casino Royale è solo una piccola prova
di marcia, forse allora c’è ancora davvero un futuro per la
cinematografia targata 007.
(08/01/07)