CASANOVA

REGIA: Lasse Hallstrom
CAST: Heath Ledger, Sienna Miller, Omid Djalili
SCENEGGIATURA: Jeffrey Hatcher, Kimberly Simi
ANNO: 2005


A cura di Pierre Hombrebueno

MASCHERE INVERSE (E IN VERSI)

Ho sempre preferito le commedie di Plauto, piuttosto che quelle di Terenzio. La diversità è chiaramente e fondamentalmente univocamente etica. Entrambi chiari derivati dalla commedia greca, con la differenza che Plauto ha isolato la sua commedia nel proprio genere che diventa sinonimo di risata e divertimento, mentre Terenzio tendeva spesso e volentieri a rilegare alle proprie opere una sorta di moralismo ed eleganza fiabistica e in fondo sociale nel tentativo di impartire una sorta di lezione ai patrizi romani. Nel mio caso, ho sempre preferito stare con la plebe, quella più putrefatta, più libertina e soprappensiero (il che, non è assolutamente sinonimo di ignoranza o snobbismo), proprio come il Giacomo Casanova qui delineatoci da Hallstrom, elegante come aristocrazia vuole, ma dall’anima plebea e sempliciotta. Casanova che diventa trasfigurazione di Hallstrom stesso, nato autore (ricordiamo tra le sue prime opere film come Buon compleanno Mr.Grape), ma che ora si prende il gusto e l’allegria di scendere tra le masse più numerose per confondersi tra la plebe del Cinema. Coraggioso e rischioso, contando anche la produzione sotto marchio (e torchio) Disney che in bene o in male pone dei limiti e delle direzioni nella propria (non più) libertà artistica.
Hallstrom, dunque, si traveste (non è, in realtà), diventa uno scambista per mascherarsi in un regista qualunque che fa il suo bel lavoro di commissione (per soldi, è ovvio) senza però perdere quella tentazione di personalizzare comunque la propria maschera tendenziale, come a dirci che in ogni maschera e in ogni bugia, c’è in fondo una verità o una realtà celata da scoprire. Io, questa –chiamiamola pausa- di Hallstrom, gliela concedo, non solo perché è da sempre un regista che seguo con piacere - dalle grandi doti narrative, di quelle classiche patinate ma non necessariamente Ivoriane (in questo senso strutturale, Ivory è Terenzio mentre Hallstrom è Plauto) - (ex)rappresentanti della Hollywood simil-indipendente – ma anche e soprattutto perché Casanova non è un brutto film, tutt’altro, è un’opera vitale e vitalizzante, capace di isolare ed isolarsi, come un buon vento di respiro estetico che amiamo concederci come il suntory whisky. Ecco, Casanova è un whisky: “E’ tempo di relax. E’ tempo di Casanova”. O se la volete in versione originale: “For relaxing times, make it Casanova times”. Quindi alcool da assumere in un’unica dose, pronti per l’euforia momentanea, la gioia e la contemplazione – con un tantino di mal di testa – prima di finire a letto (possibilmente senza vomitare) e risvegliarsi il giorno dopo, magari senza ricordarsi nulla, ma con quel effetto fisico ancora tremolante e da metabolizzare. E magari poi potremmo indossare una maschera (forse, la solita) prima di uscire di casa. Si, ancora le maschere, non solo perché siamo irrimediabilmente sotto carnevale, ma anche perché siamo sotto San Valentino; così in Casanova il mascheramento diventa mezzo d’amore, oppure l’amore diventa mezzo di mascheramento, in un gioco in fondo cinico che riconosce nei sentimenti nient’altro che una serie di bugie dirette ed indirette. Forse, come una specie di Marquis De Sade in versione soft, propaganda del libertinaggio che ogni tanto ci possiamo concedere (soprattutto a Carnevale – ovvero fingere di essere libertini – mascherarci) senza per forza andare a vedere Johnny Depp. Limitato dalla produzione nel mascherarsi totalmente (essere completamente libertini, completamente De Sade, più Manson che Marilyn), Casanova lascia a casa la degradazione boheme e la droga, ma non si dimentica di confondersi e confondere come in una grande festa in maschera, plautina, dove uno non è mai quello che dice di essere, dove le donne diventano uomini (sia sulla carta che nell’aula di un tribunale), dove si fanno simil-pompini sotto i tavoli con profusione continua di green jokes a sfondo sessuale, come se tutti si divertissero seppur consapevoli di essere presi per il culo, perché a Carnevale ogni scherzo vale. Nessuno si prende sul serio e nessuno prende sul serio nessuno, neanche quel Jeremy Irons uscito da un cartone animato con Paperino e Pippo. O quel Heath Ledger che da amatore di uomini brokebackiani, qui diventa emblema dell’amatore di donne per eccellenza. E per carità, nessuno si incazza mai realmente qui. Bisogna solo correre ed unirsi alla parata, comunque sostenuta da un ritmo para-dinamico, grazie ad una gestione temporale che funge da lettore cd all’inverso. Simil pop- soprattutto se unito a quella fotografia mascherata anch’essa da digitale saturo e saturizzante (o è il digitale che ormai si maschera da fotografia?), come fossimo tutti sopra quella mongolfiera immaginandoci dimensioni spaziali e temporali di un sogno che non è altro che copertura della realtà.
Domani ci sveglieremo e l’ubriacatura sarà finita . Ci sceglieremo un’altra maschera, è ovvio. Eppure la tentazione verso l’alcool non è mai troppo bassa. Ma credeteci che prima o poi finirà, un po’ come quel vecchio Giacomo Casanova dell’incipit, ormai passato dal tempo e assorbito dalla vecchiaia.

Un certo Godard direbbe: “Era finito il tempo dell’azione. Ora è tempo di pensare”.

 

(26/02/06)

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