CAMERON CROWE: IL CINEASTA ROCKETTARO

Lo sentivo, da quel lontano 1992, anno di Singles, che prima o poi avremo dedicato uno spazio speciale a Cameron Crowe.
E quale miglior occasione per farlo se non l’uscita del suo emblematico Elizabethtown, un’opera che (ri)epiloga e rilegge in sé tutta la venalità autoriale di questo cineasta speciale dallo spirito positivista.
Per capire il suo operato dobbiamo necessariamente rileggere la sua vita (perché nelle opere di Crowe, più che mai, riecheggia l’autobiografia), ai suoi 16 anni, quando per puro caso (e talento), il nostro giovincello diventava collaboratore della rivista musicale Rolling Stone, intervistando leggende del rock quali Eric Clapton, i Led Zeppelin, o Neil Young.
Questa passione epidermica e ultra-sensibile per il rock (perché Crowe, forse, prima ancora che amante di film, è un amante del buon rock n roll) sarà il topoi per eccellenza dell’autore, che già in Singles, e prima ancora con Say Anything, amalgamava tutta la sua idea di (neo)Cinema.
Ancora ricordo lo stereo che sparava al massimo In your eyes di Peter Gabriel, e qua stiamo parlando del 89’, più di 10 anni fa, quando alla saputa di tutti, Cameron Crowe muoveva i primi passi e disegnava il tappeto che lo avrebbe trasformato in un regista cult.
Perché il Cinema e il Rock n’ Roll sono probabilmente i doni più meravigliosi che questo grande mondo abbia saputo donarci, e Crowe riesce a trasformarli in un tutt’uno, raggiungendo l’apice del binomio in Almost famous, il più auto-biografico tra le proprie opere, e quindi il più personale e sentito.

Cameron non è di certo quello che ha aperto le porte al Cinema post-moderno, ma è sicuramente quello che l’ha portato ad una delle sue massime vette. Gran parte del post-moderno che farà scena nei decenni successivi prenderà da Cameron Crowe: da Lola Corre a Eternal Sunshine of the spotless mind.
Il sottoscritto non è uno che si masturba davanti a quest’avanguardia.
Anzi, chi ci fa l’onore di leggerci con frequenza sa del nostro fastidio verso queste neo-strade che il Cinema sta percorrendo, eppure davanti a Cameron Crowe non possiamo che arrenderci a braccia alzate. Perché in esso la musica e gli elementi extra-cinematografici non sono una finalità, ma solamente un mezzo per esaltare la potenza delle immagini. Egli insegna, come un maestro al capo di un nuovo movimento, che l’extra-cinematografico va si sfruttato, ma al servizio della purezza immaginifica, nell’esaltazione del cinema come “arte delle immagini in movimento”, e non il contrario. Ed è questo il motivo per cui, oltre ad essere un ottimo regista, Crowe è anche un grandissimo sceneggiatore e dialoghista (ancora ci sciogliamo al famoso monologo di Tom Cruise in Jerry Maguire), che con le sue parole ci trapassa la mente come per pura magia, perché forse, più semplicemente, siamo tutti dei Lloyd Dobler o degli aspiranti rockettari.
Noi lo amiamo (o perlomeno, quasi tutti noi), per la sua meticolosa capacità di cucire una nota musicale o una frase con un fotogramma, rendendoli complementari ed essenziali l’un l’altro.
In nessun altro regista, oggi, la musica, le parole, e le immagini si abbracciano con tale armonia. Solo con Cameron Crowe, ed è per questo motivo che c’inchiniamo all’arrivo del suo ultimo Elizabethtown, la summa ideale di tutte le sue ossessioni autoriali, ricordandoci per sempre di quella magnifica scena del concertino rock nella commemorazione del padre di Drew (un neo Jerry Maguire), momento sia emblematico che necessario in tutto il Cinema degl’ultimi decenni al corridoio del post-moderno, dove tramite una pioggia purificatrice, Crowe incide l’essenzialità della propria etica nelle chitarre infiammanti: è morte vita amore famiglia odio rancore lacrime risate dolore gioia acqua fuoco immagini musica immagini musica immagini musica.

(Pierre Hombrebueno)

VANILLA SKY

REGIA: Cameron Crowe
CAST: Tom Cruise, Penelope Cruz, Cameron Diaz
SCENEGGIATURA: Cameron Crowe
ANNO: 2001


A cura di Sandro Lozzi

ALLA RICERCA DELL’AMORE

John Coltrane che suona My favorite things in un appartamento di New York del Ventunesimo secolo. Un qualcosa che non potrebbe essere vero, e in effetti non lo è, ma lo diventa perché - non ce lo dobbiamo dimenticare - dietro lo schermo non c'è la realtà, non c'è l'oggettività, c'è solo un modo di vedere le cose. Ecco uno dei tantissimi esempi di immagini che sintetizzano perfettamente i diversi significati della pellicola messa perfettamente in scena da un ispiratissimo Cameron Crowe, una delle pellicole più ricche e meglio riuscite degli ultimi (e non pochi) anni.
Vanilla sky è un film in cui non solo non c'è nulla di sbagliato, ma anzi ogni inquadratura, ogni movimento della macchina da presa, ogni dettaglio, ogni particolare è al tempo stesso un tassello indispensabile, un contenitore di sensi e di emozioni, e un indizio. Vanilla sky è un castello di carte che non crollerà mai, una costruzione solida e perfetta nonostante il terreno pericolante costituito da un intreccio particolarmente fitto che può piegare l'attenzione dello spettatore allo scioglimento della trama, alla ricerca del McGuffin. Vanilla sky è un mondo onirico, frastornante e tremendamente efficace nell'opera di disorientamento, in cui il gioco di citazioni costituisce l'unico ancoraggio alla realtà; un mondo in cui si celebra ciò che fa di noi quello che siamo; un mondo della psiche, in cui tutto è carico di significati.
Fantastica la drammaticità del fulminante incipit, in cui Crowe anticipa già tutto il senso e tutti i sensi del film infarcendo di dettagli ogni angolo del campo ripreso. Così la citazione di Sabrina di Billy Wilder, nel televisore ai piedi del letto, rappresenta il sogno e il desiderio di vivere una storia d'amore romantica e passionale; l'eliminazione del capello bianco nasconde il richiamo alla volontà di vivere in eterno, che sarà presupposto fondamentale dei servizi progettati e offerti dalla Life Extension; la sequenza nella Manhattan deserta, immediatamente successiva, esprime in maniera indimenticabile la solitudine, e la paura per la solitudine (non a caso, lo scopriremo subito dopo, è la sequenza di un incubo), che porteranno il protagonista, David Aames, alla scelta di affidarsi proprio ai servizi della LE (scelta confermata dalla riproposizione, questa volta nella dimensione "reale", della scena del capello bianco). La macchina da presa evidenzia il disorientamento di Cruise girandogli intorno senza trovare nessun altro, lo schiaccia nella desolazione di una Times Square assurdamente deserta levandosi in cielo (da cui ridiscenderà all'inizio della fase del Sogno Lucido, abbandonando il cielo diventato color vaniglia per raccogliere David steso sul marciapiede), e infine lo accompagna nella sua corsa verso il nulla, attraverso una serie di rapide carrellate che non mostrano alcuna meta, fino all'urlo liberatorio, un urlo che si diffonde nel fuoricampo dell'incubo finendo in campo al momento del risveglio, raccordo sfumato tra sogno e realtà quasi a nasconderne il confine, ennesimo indizio di quanto accadrà per tutto il film.
E di questo passo si prosegue attraverso una serie di sequenze orchestrate con altrettanta meticolosità e capacità di costruzione; attraverso un utilizzo dei tagli di ripresa e degli stacchi di montaggio (fermi-immagine ispirati direttamente a Jules e Jim e jump cut di derivazione godardiana) che gestisce tempi e spazi con una precisione e un'armoniosità tali da rendere ogni quadro denso di significazioni e di richiami; attraverso un sistema perfettamente equilibrato e sensato di primi piani e giochi di sguardi (fantastico quello sulla Diaz mentre la Cruz in fuoricampo la descrive come "la donna più triste che abbia mai tenuto in mano un Martini"), sempre efficace nel restituire le emozioni e le sensazioni che Crowe voleva comunicare, mai abusato ma dettagliatamente progettato e dosato; attraverso flashback e riproposizioni distorte di immagini già viste, in modo da mettere e tenere continuamente in discussione quanto si crede di sapere sui personaggi e sulla loro storia, e soprattutto quanto i personaggi credono di conoscersi e di saper distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è.
Così all'inizio della sequenza della festa a casa di David c'è un'immagine bellissima in cui il protagonista sta parlando con un'"amica", la presenta ad un'altra ragazza (che, come la prima, ha avuto in passato una relazione con David) per scrollarsele entrambe di dosso e proseguire da solo verso gli altri invitati; la camera però non segue Cruise, ma resta in piano medio sui volti delle due ragazze, pieni di tristezza, quella tristezza che David continua a lasciarsi alle spalle da ormai tutta una vita.
Ottima la recitazione di Cruise, che si affida ai modelli e agli stereotipi dei divi del cinema classico per giocare sulla sua stessa immagine, l'immagine del divo moderno che è anche e soprattutto maschio americano, il divo spaccacuori che però in seguito ad una fatalità perderà il suo fascino, costringendo lo spettatore a chiedersi come se la caverà senza di esso.
La macchina da presa segue sempre quello che nel film si dice, ma ancora di più quello che si sente, quello che si prova. Così Crowe ricorre alla macchina a spalla quando c'è da creare movimento; carrelli, panoramiche, dolly e gru seguono passo passo il wilderiano turbinio di dolce e amaro, lo humour nero e il dramma dei corpi e dei sentimenti; a volte rifacendosi al linguaggio classico di Hawks e Wilder, altre seguendo la lezione sul plan di Renoir e Welles e quelle sul linguaggio dei giovani turchi (in particolare Truffaut, continuamente omaggiato), ma elaborando il tutto in un lavoro assolutamente personale, la regia di Crowe segue la storia di un uomo che fa l'unica vera scoperta che avrebbe potuto cambiarlo: l'amore.
E le risposte arriveranno nella scena nell'ascensore, ancora ispirata dal critico-autore de I 400 colpi, secondo cui i flashback sono più funzionali se inseriti quando i protagonisti si trovano in un comparto di movimento (come il vagone del treno de L'amore fugge). E la scena dell'ascensore è preceduta da un ulteriore capolavoro di montaggio, con tutta una serie di stacchi rapidissimi che iniziano a costruire la tensione (controbilanciata attraverso l'utilizzo di Good vibrations dei Beach Boys, uno degli innumerevoli esempi di come anche le straordinarie musiche - dai Radiohead ai REM, da Bob Dylan a Jeff Buckley - abbiano rilevanza e siano ben sfruttate nel contesto di messa in scena) e che culminano nel liberatorio movimento centrifugo della macchina da presa che gira intorno a Tom Cruise fino ad includere nel campo l'apertura dello stesso ascensore, ascensore che è l'obiettivo finale delle fughe di David Aames, risposta a tutti gli interrogativi, dei personaggi del film come degli spettatori.

Una galleria di trovate registiche che ai giorni nostri non può che stupire, una mosca bianca in una cinematografia, quella hollywoodiana postmoderna, che si accartoccia sempre di più su sé stessa, riproponendo sempre lo stesso piatto in tutte le salse. Passando per Wilder, Hawks, Mulligan, Truffaut, Godard e quant'altri, la pellicola si snoda come un percorso di formidabile coerenza e sintomo di un'autorialità troppo spesso negata a Crowe per la presunta leggerezza dei temi trattati.

 

ELIZABETHTOWN

REGIA: Cameron Crowe
CAST: Orlando Bloom, Kirsten Dunst, Susan Sarandon
SCENEGGIATURA: Cameron Crowe
ANNO: 2005


A cura di Luca Lombardini

"IL TUO DIPLOMA IN FALLIMENTO E' UNA LAUREA PER REAGIRE"

Esistono dei film che non ti aspetti, film che vai a vedere quasi per caso, film che se quel sabato sera non avesse piovuto non avresti mai visto e che invece si rivelano delle vere e proprie sorprese, ti portano a riflettere sulla carriera del loro regista e ti fanno rispolverare vecchie etichette. Elizabethtown è uno di questi e forse anche di più, perché, è bene dirlo subito, siamo in presenza di una delle commedie più riuscite degli ultimi anni. L’ultimo film di Crowe è uno splendido esempio di sofisticated comedy moderna che, senza scomodare i paragoni con il “Lubitsch touch”, apre una finestra che da sul giardino segreto della Hollywood dei nostri giorni, quella che prevede storie semplici ma mai banali, sceneggiature ben scritte, attori al posto giusto e nel ruolo giusto.

Elizabethtown è la summa ideale delle passioni del suo sottovalutato regista, che in passato ha girato film straordinariamente coinvolgenti (Almost Famous) poco dopo aver raggiunto il successo con un film conosciuto in tutto il mondo (Jerry Maguire). Proprio al personaggio interpretato da Tom Cruise sembra ispirarsi Drew, yuppie ad un passo dal suicidio, responsabile della perdita di quasi un miliardo di dollari da parte della sua azienda di calzature sportive. Sia Jerry Maguire che Elizabethtown infatti, sono pellicole che iniziano dalla fine di una carriera, e finiscono con l’inizio di una nuova vita, in mezzo si alternano tematiche come il successo, la famiglia, il fallimento e la morte, che in questo caso, ci viene mostrata come causa involontaria di un nuovo modo di approcciarsi alla vita. Il vero protagonista forse, è proprio il vecchio Mitch, il suo inaspettato infarto infatti, scatena una serie di conseguenze che salvano di fatto il figlio dal suicidio e lo costringono a prendere il volo che lo farà imbattere nella ragazza che gli cambierà l’esistenza.

Elizabethtown è un manuale  di due ore su come si possa capovolgere a proprio favore un insuccesso lavorativo, una dichiarazione d’amore verso l’importanza della donna giusta prima, durante e dopo la risalita, uno sguardo irriverente sulle commemorazioni funebri, uno spaccato intelligente e mai scontato dell’america rurale, che per una volta, anziché propinarci il solito serial killer a caccia di brufolosi liceali, si mette a nudo in tutta la sua naturalezza: fatta di biciclette, villette a schiera, bizzarre riunioni di famiglia e musica country – rock.. Semplice la storia, coinvolgente l’intreccio, essenziale la regia che, d’altro canto, non da mai l’impressione di essere improvvisata o fuori luogo, ma risulta funzionale alla spontaneità e all’immediatezza della poetica del regista, istintiva e schietta come le istantanee dei momenti che contano veramente, quelli che non hanno bisogno di macchinette usa e getta, ma solamente scattate con l’infantile click di un dito sopra l’altro.  Crowe si dimostra ancora una volta un ottimo sceneggiatore, mettendo a disposizione dei protagonisti uno script che sostiene al meglio l’evolversi del bizzarro rapporto che si instaura tra i due, e non si distrae neanche quando deve infondere credibilità agli intermezzi surreali (il tip tap di Susan Sarandon ad esempio), che risultano sempre un passo al di qua della linea del ridicolo, anche perché si amalgamano alla perfezione con le gag stile Billy Wilder, lasciando il tempo per ridere (e a volte per riflettere) tra una battuta e un’altra. Ad arricchire il menù poi, provvedono i momenti in cui il registro grottesco prende il sopravvento: come nel caso del tentato suicidio di Drew “sull’accessoriata” bici da camera, o l’involontario gran finale del concerto commemorativo, arricchito dal gustoso fuoriprogramma del volatile incendiario. Semplicemente travolgente poi la recherche on the road che Claire regala a Drew, una manciata di minuti indimenticabili attraverso i luoghi più caratteristici delle statali americane, cullati dalla trascinante carica patetica di una colonna sonora che solo l’ex critico di Rolling Stone è capace di mettere insieme. Una sequenza indimenticabile, un maestoso momento di cinema,  che riporta alla mente il folle e romantico viaggio di Walken e famiglia nel recente Dietro l’angolo. Elizabethtown ha dentro di se un qualità molto rara al giorno d’oggi, talmente difficile da trovare che è impossibile spiegarla a parole, ma che ti fa venir voglia di rivedere l’opera all’infinito. Per farla breve, uno di quei film che ci ricordano perché ci piace così tanto andare al cinema.

(13/11/05)

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