
LA BUSSOLA D’ORO
REGIA: Chris Weitz
SCENEGGIATURA: Chris Weitz
CAST: Dakota Blue Richards, Nicole
Kidman, Sam Elliott
ANNO: 2007
A cura di Pierre Hombrebueno
ERRORI DI CALCOLO
Non puntate il
dito contro il regista Chris Weitz.
Certo, non sa dirigere, ma questo bene o male si sapeva già, e non è una novità per chi ha un minimo di famigliarità col suo
nome. Bisogna invece cercare di scovare i colpevoli altrove, più precisamente
verso coloro che detengono il vero potere decisionale dall’alto; parliamo
della Casa di Produzione, in questo caso, della New Line, che a quanto pare ha fatto un
rapido calcolo produttivo senza accorgersi degl’errori tra addizione e
sottrazione: mettiamoci un casino di fottuti soldi
per comprare questa collana di romanzi semi-cult e per usare gli effetti
speciali più all’avanguardia del momento, ingaggiamo un cast che riesca
più o meno ad attirare il pubblico (in questo giro, Nicole Kidman, Daniel Craig, ed Eva Green fra i tanti), e infine, per risparmiare, diamo un lavoro
ad un qualsiasi regista che non si faccia pagare troppo, in fondo chissenefrega se è un incapace, con un cast così qualcosa
di decente deve riuscire a tirarlo fuori per forza.
Primo
errore: Magia magia magia, a quanto pare il film sta clamorosamente floppando
un po’ ovunque, anche se secondo alcuni sono semplici gossip di
corridoio, e che con l’andare del tempo la pellicola comunque i suoi
incassi li farà.
Secondo e ben più grave errore non poi così slegato dal primo: Aver ignorato le
nozioni di Politica degl’Autori e Caméra-Stylo. Cioè, vi prego di
capirmi, non voglio nuovamente fare il babbeo snob di
turno tirando fuori teorie e pseudi-postulati
dogmatici di 60 anni fa, eppure ancora una volta il caso e la questione dà
conferma all’immortale concezione demiurgica: La figura del metteur en
scene, oggi come decenni fa, continua ad essere unica e vera responsabile della
riuscita o meno di una pellicola. Non si può e non si deve ignorare
l’importanza del regista e della macchina da presa. Il Cinema ancora
rifiuta né intende piegarsi ad una qualsivoglia estetica Attoriale,
e allora si, un film con tutti i soldi del mondo con gl’attori
più bravi del mondo, può essere seriamente tra le opere più brutte
dell’annata, e questo per colpa di una piccola operazione di risparmio. Peter Jackson ormai
costa troppo; Chris Columbus è
occupato a fare altro. Allora dietro la macchina creativa finiscono le persone
sbagliate, in progetti ben più grandi di loro. Ma ripeto, ormai dopo Narnia, Eragon, et affini, mi sono anche rotto di spalare merda su questi poveretti che non sanno tirare fuori dalla carta (e per carta intendo Romanzo) quanto
c’è di sfruttabile in essa. Cioè capiamoci: se
un Multi-miliardario mette a capo della sua fabbrica un barbone preso per
strada, e il barbone fa fallire la fabbrica, non è più assolutamente colpa del
barbone, ma del fottuto capo multi-miliardario che ha
messo la sua fabbrica in mani palesemente incapaci.
E il poverello barbone in questione, Chris Weitz, cerca
pure di impegnarsi tantissimo, e sprazzi di bellezza si possono anche
incrociare di tanto in tanto, come diverse inquadrature su Sam Elliott, la cui iconograficità
da Cowboy viene semi-sfruttata per un paio di tagli fotografici western che un
sorrisino, nel sottoscritto, sono riusciti a tirarlo
fuori, anche se di un sorrisino brevissimo si tratta.
Ciò che
sostanzialmente manca ne La bussola d’oro è il senso epico del fantasy, perché non
basta riprendere montagne ghiacciate da un elicottero o sorvolare lunghe
distese in campi lunghi per infondere reale significazione all’opera. Né tantomeno è sufficiente far partire di tanto in tanto della
musica maestosa, se a mancare è l’empatia per il mondo che si sta cercando
di delineare.
Non possiamo amare abbastanza i personaggi del film per riuscire ad entrare
nella galassia che prova ad aprirci. Dall’altra parte del varco non
c’è quella mano tesa pronta ad aiutare nell’immersione enfatica,
anzi, peggio ancora, rimaniamo confinati fuori, come se quell’altro
universo sia terribilmente rinchiuso in una pallina di
cristallo, intoccabile, che possiamo solo osservare superficialmente e da
fuori, senza potercene mai assorbire anche solo una piccola fetta.
Risultato: ciò che abbiamo davanti è un’operazione piatta in tutti i
sensi. Più che un film sembra di assistere ad un video-gioco fantasy, una specie di corsa ad ostacoli senza evoluzioni
né nella costruzione di un’eventuale climax, né
in un’eventuale trattato psico-pedagogico. O se
non vi piace questo bruttissimo termine che fa tanto Davide Ticchi che è “psico-pedagogia”, allora diciamo
semplicemente e banalmente fottuta
“umanità”. Noi non possiamo avere un approccio con La bussola d’oro per il semplice
motivo che è circondato da disumanità video-ludica e semi-virtuale. Sono
manichini e maschere prive di tragedia/passionalità, esseri inutili che
appaiono e scompaiono quando il caso vuole.
Quindi, alla fin fine, finiamo per sbattercene le
palle un po’ di tutti, perché dall’intreccio e dalle immagini sgorgono solo insignificanza e plastica colante. Daniel Craig
può pure rimanere isolato nelle grotte a crepare, per quel che ci riguarda. Non
ci è dato avere abbastanza elementi ed empatia per
interessarci seriamente alla sua sorte.
Chissenefrega anche delle rivelazioni alla Beautiful
nel pre-finale, gambizzate di qualsivoglia tensione o
sorpresa. La bussola d’oro è
nient’altro che aria fritta.
E
allora speriamo che il film stia seriamente floppando. Così forse la prossima
volta la New Line imparerà a ingaggiare uno che dietro la macchina da presa sa
veramente cosa farci di un malloppone che se
appartenesse alle mani giuste, potrebbe essere anche una miniera d’oro di
evocazione e sensi.
(29/12/07)