
BROKEN TRAIL
REGIA: Walter Hill
CAST: Robert Duvall, Thomas Haden Church, Duncan Fraser
SCENEGGIATURA: Alan Geoffrion
ANNO: 2006
A cura di Pierre Hombrebueno
TORINO 06’: APPUNTI MENTALI
SU BROKEN TRAIL DI WALTER HILL
Nonostante sia un film concepito per la televisione (andato in onda diviso in 2
parti, data la lunghezza di ben 183 minuti totali), basterebbero i semplici
titoli di testa per rendersi conto quanto abbia di cinematografica
quest’opera che da noi sarebbe chiamata “fiction”: non solo
ritroviamo tra i credits nomi del calibro di Robert Duvall o Thomas Haden
Church nel cast, ma anche e soprattutto per quel montaggio alternato,
espediente tipico di una storia epica (cinematografica) che il grande Walter Hill diminuisce in dimensioni
pratiche, ma non di certo artistiche.
Un senso epico annunciato che il regista di The
Warriors rende immediatamente ancora più esplicito con i lunghi campi di un
territorio che ormai conosciamo bene: le praterie del Western, che in Broken Trail si alternano in bellissimi
paesaggi, quasi da cartolina (alla Brokeback
Mountain estetica, si direbbe oggi per cogliere immediatamente il punto),
con altri di tonalità grigio scuro di nubi risucchianti, tenebrosi, a
sottolineare perfettamente il bitter sweet life di questi cow-boys dal passato
solamente accennato, tra piccole grandi emozioni di una vita vissuta con una
gamba già sepolta sottoterra.
Walter Hill non può sbagliare, perché
conosce bene le regole del Western, genere in cui è Maestro; sfrutta al massimo
l’espansione spaziale dei campi per immergerci in quei mondi senza
confini del Far West, mostrato con un respiro che ben si allontana dagli
standard prettamente televisivi per la sua kolossalità, la sua selvaggità di
misure ampissime, ritorno all’epopea e del (molto più) Cinema (che tv)
dilatato al massimo della sua forza e soluzione narrativa, story-telling che in
questi anni non ha perso un briciolo del suo fascino e della sua evocazione per
chi ha ancora il coraggio di creare/sognare/riflettere altri mondi di una
finzione intangibile. Certo, è impossibile liberarsi completamente dalle regole
del piccolo schermo, come quel taglio di montaggio in-fluido messo apposta per
gli spot pubblicitari, o certe formalità come l’uso della dissolvenza
incrociata, che in Broken Trail
potrebbe apparire come qualcosa di troppo elementare, tele-istituzionale,
dettata dalle norme e dagli standard a cui ognuno deve forzatamente sottoporsi
anche controvoglia. Ma nonostante questi limiti, in più momenti ci sembra
realmente di ritrovarci con un nuovo John
Ford (come già con i western di Kevin
Costner), questo uso dei tempi così clima(x)tici e secchi, un narrare
fluido ma densissimo, lo stilema ed essenzialità del classicismo che Hill sa apparecchiare (come per esempio
nelle scene di serenità notturna, o fra le cavalcate panoramiche), ma anche
decostruire con la confusione dei combattimenti corpo a corpo, dove la macchina
da presa accentua una valenza quasi da cinema veritè documentaristico, quel Walter Hill violento a cui siamo stati
più abituati sul grande schermo.
E questi personaggi, guerrieri della notte, cavalieri dalle lunghe ombre, che
l’autore sa farci amare e godere, la figura dell’anti-eroe pronto
ad uccidere senza pietà per una giusta causa, ma in fondo dall’ingenuità
quasi fanciullesca, innocente come un bambino. Una valenza, questa, che viene
evidenziata meglio nel personaggio di Robert
Duvall, che irrimediabilmente ci richiama a mente quel William Munny de Gli Spietati di Eastwood, e in quanto Eastwood,
Sam Peckinpah, per il quale
guardacaso Hill scrisse una
sceneggiatura nel 72’. Battute e dialoghi stilosamente senza senso ma
fottutamente strafottenti che immergono Duvall
nella perfetta iconograficità del cowboy da Western Americano; personaggio
simpatizzante, pieno ma vuoto contemporaneamente, ambivalente, psicologicamente
sfuggente per mantenere sempre quel distacco, quella maschera, fuori-campo
psichico a rilegarlo in una bolla di carisma e mistero.
L’unica volta in cui accenna del suo passato tramite la voce della
memoria è per raccontare drammi solo immaginabili (altro tipico espediente Western:
l’infanzia breve (cit.)): Duvall
era ed è a tutti gli effetti un perdente. Un perdente a cui, ad un certo punto
della propria vita, viene data l’ultima occasione per redimersi,
ri-acchiappare la possibilità di recuperare il proprio sogno, che come ormai
sappiamo bene, è destinato a svanire in una nuvola di fumo, tra il nulla e
l’addio, con quella scena finale che ci mostra il futuro Duvall sotto una visione ingannevolmente
positiva. E’ invece, ancora una volta, puro agrodolce, un sorriso- un
sorridere che in realtà ha più il sapore di un pianto e un pentimento.
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