IL BOSS

REGIA: Fernando Di Leo
CAST: Henry Silva, Richard Conte, Gianni Garko
SCENEGGIATURA: Fernando Di Leo


A cura di Pierre Hombrebueno

L’ATTUALITA’ DEL DI LEO

Resa dei conti a casa Di Leo. Sequestri di persone, sparatorie, omicidi. La polizia trema ed osserva impotente l’ira dei clan mafiosi.
Qualcosa suona così famigliare? Si, Di Leo termina la sua trilogia in grande, portandoci un’opera tutt’oggi molto attuale. Non è più un film ciò che vediamo, ma lo specchio di quella realtà che l’Italia tende ancora ad ignorare, come se nulla fosse. Quelle strade insicure della Palermo (ma anche Napoli e altre decina di città), dove un agguato sanguinoso aspetta dietro ogni angolo.
Dopo l’introspezione cervellesca de La Mala Ordina, Di Leo ci riporta sulle vie della violenza che fece di Milano Calibro 9 un cult, questa volta ambientando l’opera nel cuore della mafia, in Sicilia.
Ritorna anche l’estabilishing prologue che ci immerge nell’azione fin dalla prima scena, dove vediamo in azioni dissolventi guidate dal fantasma di Henry Silva un gruppo di calabresi arrostiti in un Cinema pornografico. La carneficina ha subito inizio davanti ai nostri occhi, e fin da questo bel barbecue iniziale capiamo che Di Leo non ci lascerà scampo, nessuna via di fuga tranne chiudere gli occhi e tapparci le orecchie. Ma perché giocare al sordo-cieco, perché Il Boss è un film troppo violento? No. Semplicemente perché con questo film Di Leo ci offre un riflesso della realtà (di allora e di oggi), una realtà cruda e dura da digerire. Per questo la carica emotiva del Di Leo non ha parità in questo genere, perché colpisce e rompe la barriera della finzione, scavalcando oltre tutto ciò che è puramente filmico per approdare laddove il Cinema diventa oggetto di riflessione sociale e veritiero.
Se in Milano Calibro 9 Di Leo ci narrava di un ex-mafioso (apparentemente) cambiato e in La Mala Ordina addirittura di un magnaccio qualunque, ne Il Boss si entra focalizzando il mondo della Mafia, dove tutti i personaggi sono killer o padrini. Il regista ci mostra come ragiona la mala gente: occhio per occhio, dente per dente. La cura per la rappresentazione di questo mondo sta tra fiction e documentario: la finzione sta nell’enfatizzare, il documentario nella meticolosa messa in scena, che ricostruisce segno per segno, codice per codice, la società delinquenziale della Mafia et affini.
Della trilogia questo è senz’altro il film più spietato, manifestando nel suo protagonista tutta la disumanità più massacrante. Henry Silva se ne fotte, ammazza chiunque gli capiti sotto tiro, che sia un nemico, che sia l’uomo che l’ha cresciuto ed insegnato tutto quello che sa.
Ancora una volta è un mondo senza speranza, ed è un mondo che continua, così come Il Boss è un film infinito, perché la Mafia continua e non finirà mai. Le carneficine, i rapimenti, la paura percorrerà sempre la Storia Italiana. Pessimismo? Speriamo tanto di sbagliarci. Ma intanto Fernando Di Leo ci ha regalati uno degli affreschi più imponenti e belli sul mondo mafioso, perché a differenza di molti film a susseguire, lui non usa il Cinema, lui fa del Cinema.

(22/03/05)

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