
BORAT
REGIA: Larry Charles
SCENEGGIATURA: Sacha Baron Cohen, Anthony Hines, Dan Mazer
CAST: Sacha Baron Cohen, Ken Davitian,
Luenell
ANNO: 2006
A cura di Sandro Lozzi
COMICITÀ TERRORISTICA
Cominciamo togliendoci il dente, perché l’attesissimo film-evento comico
basato sul personaggio creato e interpretato da Sacha Baron Cohen ha
sì un difetto, affatto trascurabile, che risiede nella frammentarietà che un
progetto del genere si porta necessariamente dietro. Frammentario non tanto
nella serialità delle varie situazioni, slegate
l’una dall’altra e tenute insieme unicamente per la necessità
commerciale di organizzare un racconto unitario e chiuso, quanto
nell’operazione di selezione del materiale “buono” da
montare, dove i chilometri di pellicola scartati in quanto
non divertenti saranno parecchi, e troppo spesso anche nelle scene tenute per
il montato si avverte pesantemente il taglio di gran parte dello sketch, per
tenere magari i pochi secondi dell’unica gag riuscita e divertente (come
ad esempio nell’incontro con il membro georgiano del Congresso).
Il limite più grande della pellicola sta insomma nel fatto che trova la propria
dimensione nell’ambito puramente televisivo della candid
e dello slowburn. A Baron Cohen succede (come successe qualche
anno fa a Rowan Atkinson,
quando ha portato sul grande schermo il suo personaggio in Mr. Bean – L’ultima catastrofe)
quello che negli anni Venti successe a molti comici, quando le slapstick da due rulli vennero
sostituite e soppiantate dai lungometraggi: la dilatazione spaziotemporale
dello sketch in racconto comporta l’esigenza di una traccia organica (la
trama) che rallenta e ostruisce la frammentarietà televisiva costringendo il
personaggio ad assumere una dimensione e determinate dinamiche che non ha e che
non gli competono. Borat come Mr. Bean
è nato per il breve respiro di una serie televisiva, non per un processo più
complesso e sfaccettato: “la dilatazione
narrativa diventa costrizione, imprigiona l’inventiva del comico, le
toglie libertà. […] la frammentazione gli è linguisticamente
essenziale” (G. Cremonini,
Playtime – Viaggio non organizzato nel cinema
comico, Lindau, Torino 2000).
Detto e premesso ciò, era d’altra parte probabilmente
giusto consegnare al personaggio di Baron Cohen una dignità storica che la
celluloide ha insita in sé mentre al mezzo televisivo non è ancora
riconosciuta, metterlo su un piano che consenta non di paragonarlo ma di
confrontarlo con i grandi comici dell’immagine in movimento, analizzando
i tratti e le caratteristiche della sua comicità.
Fondamentalmente basato sul terrore – quello che passanti e malcapitati provano verso lo “strano” e
“diverso” protagonista – Borat fa il punto su come sia
possibile fare comicità ai giorni nostri, inserendosi nella più classica
tradizione del cinema comico che vede il protagonista-attore mettere
continuamente in scena il proprio incontro-scontro col mondo che lo circonda. Borat è una catastrofe per l'ambiente circostante come lo
erano tutti, da Buster Keaton a Jerry Lewis (e,
appunto, anche a Mr. Bean), ma se al
giorno d'oggi si vive nel terrore e nel pregiudizio, è con questi e su questi
elementi che Baron Cohen
costruisce il proprio confronto col mondo.
Puro slowburner della convenzione (e in questo senso
la figura del reporter kazako è indovinatissima
e non solo pittoresca), dove passa (la catastrofe-) Borat
sparisce in maniera quasi rivoluzionaria ogni traccia di quella che consideriamo civiltà, le convenzioni sociali non reggono il
suo passo, e quello che resta non è che l’ambiente, un ambiente comunque
artificiale, costruito, posticcio (la gag dell’irruzione durante il meteo
del tg locale è perfettamente paradigmatica di tale
funzione).
Le gag più riuscite e memorabili sono dunque quelle basate sul rovesciamento
dei canoni, sulla profanazione dell’abitudinario, sulla frustrazione
delle aspettative. Le istituzioni sociali, anche quelle che appaiono più
“naturali”, sono attaccate e distrutte seguendo una sorta di anarchismo imperante figlio della slapstick
(parola che tralaltro campeggia in bella vista sulla
lavagna dell’esperto di comicità incontrato da Borat)
e dei fratelli Marx. Così, nella
parte iniziale di presentazione, dopo aver presentato una ragazza –
«Questa è Natalia» - e averci limonato per qualche
secondo, ribalta il significante (e dunque l’attesa dello spettatore)
spiegando che si tratta di sua sorella. Pochi secondi dopo, lo vediamo
presentare sua madre, un’anziana donna a cui nessuno di noi darebbe meno di ottant’anni, e infatti:
«Lei donna più vecchia di tutta Kusek»; per un attimo
il bizzarro reporter ci rassicura, ma è appunto un attimo, prima di risputarci addosso la sua voglia anarchica di sovvertire l’ordine
sociale: «Lei ha 43 anni». Di nuovo siamo colpiti e affondati, e di nuovo ci
spanciamo per le risate. Così funzionano anche quelle che personalmente trovo le due gag forse più esilaranti dell’intero
film: una è dal venditore di animali esotici, quando, guardando una tartaruga, Borat chiede che razza di cane sia; l’altra è la
sublime (puramente marxiana) distorsione verbale, durante la cena al Magnolia
Fine Dining Society, tra le parole ‘retired’ (pensionato) e ‘retard’
(ritardato) (con la perla nel finale della scena: «Perché
ha chiamato la polizia? È fuggito il ritardato?»). D’altronde anche la
primissima battuta del film: «My name-a
Borat. I like you. I like sex. Is nice»
[Mi chiamo Borat. Vi
voglio bene. Mi piace il sesso. È bello], costruita sull’ambivalenza del
verbo ‘to like’,
ricorda da vicino il Groucho
di Duck Soup («Il
ministero della guerra non funziona, e nemmeno il gabinetto del mio bagno!»).
Mentre tuttavia i Marx erano perfettamente immersi nella
messinscena, che in quanto regno della convenzione non poteva che asservirsi
sistematicamente all’intermittenza comunicativa del celebre trio,
decretandolo sempre vincitore, il personaggio di Borat
è invece vincolato, in quanto creatura televisiva, ad una pretesa di realtà che
è forse la spada di Damocle del film. Se è proprio la
dimensione reale – tipica della candid camera -
a farci ridere dell’idiozia retrograda (e, di volta in volta, razzista,
xenofoba, fascista, intollerante,…) degli
sventurati interlocutori del protagonista, è altresì vero che la costruzione
comica del film si sfalda ogni volta in cui si avverte la presenza di messa in
scena, di finzione. La brillantezza dell’atmosfera viene meno quando la
macchina da presa manifesta la propria fisicità, quando diventa ingombrante,
come ad esempio nella sequenza della lezione di guida, o nell’incontro
con la “zingara” a cui Borat ruba la
pubblicazione su Baywatch,
o nella sequenza al Bed & Breakfast di proprietà
dei due coniugi ebrei.
Borat mette dunque in evidenza come cinepresa e telecamera, per
quanto parenti, siano etimologicamente distanti, producendo effetti diversi non
tanto nell’estetica quanto nel rapporto con la realtà.
Pertanto, è legittimo, anzi doveroso, chiedersi quanto un prodotto e un
personaggio del genere possa essere adatto alla cinematografizzazione.
E nel frattempo, mentre ce lo si chiede, si ride di
gusto, a crepapelle.
(07/03/07)