POSITIF: UN SITO DI CINEMA ET AFFINI
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BAT TLE REGIA:
Pietro Marcello SCENEGGIATURA: Pietro Marcello CAST:
Vincenzo Motta, Mary Monaco ANNO:
2009 A CURA DI PAOLO VILLA Avevamo lasciato Pietro Marcello al Lido di Venezia,
quando il suo Il Passaggio della Linea, documentario di
rotaie, massicciate, carrozze e stazioni descriveva l’Italia come corpo
innervato di binari e passeggeri in transito. Quell’anno la sezione
della Mostra dedicata al cinema di documentario premiava (più che
giustamente) il caduco ed elegantissimo Wuyong
(Useless) di Jia Zhangke, che invece dell’Italia raccontava la Cina e la
sua perenne transizione in tre atti/castoni impressi con delicatezza sul
tronco dell’evoluzione dell’industria del tessuto. Se il giovane regista campano (“non
conoscevo Genova, prima di girare questo film” – dichiara) parte
dalla Scoglio di Quarto per raccontare il capoluogo ligure e la sua impermeabilità
al Novecento, noi partiamo proprio da Jia
Zhangke per inquadrare La Bocca del
Lupo nel panorama del documentario come ambizione al vero
cinematografico: mentre Jia ha
saputo rinnovare e scavare un solco nel genere, fondendo reale e fiction,
persone e attori, storie e interviste, cucendo senza soluzione di continuità
due mondi che il pubblico e pure la stessa critica, han voluto per anni
distanti*, Marcello vuole usare una
storia piccola e privata di un amore tra ultimi per risalire ai sommovimenti
enormi del Ventesimo Secolo, quello che ci ha lasciati orfani da 10 anni
quasi e ancora sembra che non ci accorgiamo, quando la mattina scriviamo la
data del giorno sul blocco note e una certa inquietudine ci sfiora a vederla
completa… 2010, di già? Ma il tempo passa, e le cose cambiano; le
persone cambiano, le città, pure. Genova, non sembrerebbe. Remigio Zena, Franco Fortini, Fabrizio De
Andrè: la triade di numi tutelari
che fa da spina dorsale nascosta (ma anche no) di La Bocca del Lupo (titolo preso proprio da un romanzo del primo
di costoro), forniscono gli echi che rimbombano nelle vie
dell’Angiporto, tra Via del Campo e Sottoripa, non lontano da dove quei
Mille giovani rossovestiti partirono “per fare l’Italia”, e
dove i diseredati da tempo immemore allignano resistendo ai marosi della
storia e delle sfortune della vita, anche oggi, che siano essi miserabili,
proletari, migranti meridionali oppure stranieri. Due di questi reietti sono i protagonisti
del film: Enzo (Vincenzo Motta), residuato della mala anni a cavallo tra i
’70 e gli ‘80 dell'angiporto, arrivato dal Sud, volto scavato di
lupo, voce roca e 27 anni di carcere alle spalle, e Mary (Mary Monaco),
transessuale ex-tossicodipendente, di sentimenti delicati e dolce eloquio. Le
loro vite si incrociano in galera, e poi l’attesa: Mary esce, è libera,
ma l’amore che la lega a Enzo è fatto di altri anni ancora di attesa
perché lui sconti la sua pena, di audiocassette scambiate che si concludono
con un “ti amo, bastarda!”, fino a riprendersi fuori dalle mura
della prigione e dentro quelle della Città Vecchia, finalmente pronti a
condividere il loro sogno, di vita e di fuga. Fuori, c’è Genova: i vicoli, il
porto, l’odore del mare. Genova immortalata dai filmati d’epoca
di tutto il Novecento, Genova che si muove rimanendo immobile, Genova dal
cuore impervio e che non scorda le sue sofferenze, Genova violentata dentro
eppure sempre con “quella faccia un po’ così” fuori, Genova
bella di fascino e fatiscenza nella fotografia nostalgica dello stesso Pietro Marcello, occhio straniero
senza virare all’esotico e compassionevole il giusto. Il film, col suo ritmo languido e le sue
sfuriate improvvise – una, almeno, è da ricordare: la memorabile scena
che ricostruisce con la voce in sottofondo di Enzo che si racconta, il
periodo della gioventù e la notte della cattura, con un montaggio chirurgico
di insegne luminose, suoni di strada, auto della polizia e night club usciti
diretti da un noir francese di quelli buoni – lascia sulla sua strada
tutti questi frammenti di vite, quelle dei due amanti, quelle dei migranti,
quelle di Genova nel novecento, senza preoccuparsi di incorniciarli
l’uno con l’altro. La sua debolezza e il suo peccato, a ben
vedere, è allora che l’insieme sembra valer meno delle parti che lo
compongono. Non manca la suggestione, ma l’opera di cucitura e
integrazione. E qui, anche noi come il film, ritorniamo da dove avevamo
cominciato: Il Passaggio della Linea
ha dato spazio a La Bocca del Lupo,
ma Marcello pare non aver
assimilato appieno la lezione di quel suo concorrente cinese di Venezia 2007.
Vincitore lo scorso Novembre al Torino Film Festival, La Bocca del Lupo si prende i complimenti di rito che si devono
ai vincitori, ma ci lascia con un po’ d’amaro in bocca; che poi è
contingenza, si sa, soprattutto se si pensa all’anagrafica del suo
regista, per il quale tocca usare – con gioia, stavolta – il
termine di belle speranze. La concretizzazione delle speranze la
lasciamo al prossimo lavoro. *storia pubblica e storia privata
da sempre si intrecciano e si alimentano nella letteratura e nel cinema di
lingua cinese. Ci basti far andare il pensiero a un altro residuato veneziano
come il capolavoro di Hou Hsiao hsien:
City of Sadness. (23/02/10) |
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