BEYOND THE YEARS

REGIA: Im Kwon-taek
SCENEGGIATURA: Im Kwon-taek
CAST: Jo Hyeon-jae, Oh Jung-hae, Ryoo Seung-yong
ANNO: 2007


A cura di Nicola Cupperi

VENEZIA 07’: 100 OVER 45

Ecco. Ci siamo arrivati or dunque. Il 71enne (classe 1936, quindi ancora bello arzillo) coreano Im Kwon-taek ha festeggiato, tra l'altro nella esclusiva vetrina veneziana, la realizzazione del suo centesimo film. Grande Giove! Direbbe il Doc di Ritorno Al Futuro (Great Scott! per gli anglofili/anglofoni sempre in agguato). Cento film, in esattamente quarantacinque anni di carriera. Correva l'anno 1962, e l'esordiente Im proponeva al pubblico coreano il suo Dumanganga Jal Itgeola. Sarebbe eccessivo fingere di averlo visto. Anche perchè, e qui tutti noi orientofili cinefili siamo abbastanza scusati, la cariatide coreana per eccellenza assurge agli onori delle cronache cinematografiche che contano solamente nell'anno di grazia 2000. Con l'avvento del nuovo millennio quei volponi di Cannes infatti, volponi mica per niente visto che da anni i rabdomanti cinematografici d'oltralpe stanno una spanna avanti a tutti, selezionano come primo film coreano della storia nel concorso ufficiale del più importante e rinomato festival del cinema del mondo proprio il nostro Im Kwon-taek e il suo Chunhyang, tragico filmone in costume. Come se non bastasse, e giustamente perché una volta assaggiato il paradiso è anche difficile separarsene, il Nostro torna alla carica nel 2002 con Ebbro di donne e di Pittura sempre a Cannes, da dove ritorna in patria con in saccoccia il Premio per la Migliore Regia; inoltre, come si evince dal titolo riportato, ritorna con la sicurezza di avere ottenuto finalmente una decente distribuzione internazionale che tocca anche, udite udite, il nostro Bel Paese, dove ottiene persino un relativo successo. In realtà, per essere totalmente onesti, e per sbandierare un poco di patriottismo, che ogni tanto serve, Im, prima di sbancare Cannes, era riuscito a ritagliarsi un posticino alla Mostra del Cinema di Venezia, da sempre e non per caso (e soprattutto non solo negli ultimi quattro mulleriani anni) porta verso l'oriente, del 1988 con Adada; film che valse la Coppa Volpi come miglior interprete femminile all'attrice Shin Hye-soo. A essere sempre più onesti, ma stavolta meno sciovinisti, se vogliamo dare la palma di primo scopritore di Im Kwon-taek, diamola al Festival di Berlino, che nel 1982 mostra agli europei Mandala. Purtroppo nessuno può farci niente se Cannes arriva dopo ma fa sempre più rumore. Ca va sans dire.
Comunque, nonostante in molti dottoroni si saranno complimentati con questo giovane e promettente regista coreano dall'alto della loro ignoranza vedendo Ebbro di donne e di pittura nel 2002, Im è, a tutti gli effetti (e rendiamo grazie ad Adriano Aprà per essere vent'anni avanti nel tempo rispetto a tutta la critica italiana) il creatore, il deus ex machina del cinema popolare coreano, una sorta di istituzione che probabilmente, dopo cento film, è diventata quasi mitologica; istituzione che racchiude in sè tutto quel cinema che nel corso degli anni ha incamerato le spinte sociali della piccola ma intellettualmente fervida penisola asiatica, traponendole su pellicola. Un poeta più che un regista, se pensiamo che in quarantacinque anni non si è mai lasciato toccare dalle esagerazioni politiche delle nouvelle vagues orientali, rimanendo isolato in una atemporalità lirica che l’ha investito del ruolo di cantore delle storie della Corea del Sud.
E il suo centesimo film, presentato giustamente a Venezia nell'ambito della sezione Fuori Concorso Venezia Maestri, si unisce con onore agli altri precedenti novantanove mostrandoci un Im in ottima forma. Cosa si intenda per Im in ottima forma? La verità è che questo regista è uno dei pochi autori sulla ribalta internazionale in grado di gestire agilmente un contenitore cinematografico impegnativo e pericoloso come il melodramma; Im gioca continuamente sul filo del rasoio, ponendo i suoi film al limite labile fra melodramma pietosamente malriuscito e melodramma intensamente ben riuscito. Si sa che avendo a che fare con i sentimenti e con un pubblico sgamato, è sempre più difficile scegliere il melò come contenitore per la propria storia. Spinto troppo oltre, il melò risulta insopportabile; tirando troppo il freno, si percepisce che il film non è nè carne nè pesce. In Beyond The Years, Im sfrutta sapientemente la sua esperienza in materia, portando a spasso anche lo spettatore più sgamato. Certo, il sopracitato spettatore sgamato deve sorbirsi una prima parte introduttiva e, per usare un eufemismo, transitoria (vabbè, dai, soporifera). Il gioco vale la candela, e l'attesa viene ampiamente ripagata da una seconda parte molto solida, dai ritmi narrativi perfetti e caratterizzata da una regia impeccabilmente raffinata e una stupenda fotografia, manco a dirlo visto che siamo in Corea del Sud e i direttori della fotografia sembrano essere tutti fenomeni (Alessandro Tavola docet). Un film che parla e trasuda emozioni, ma che lo fa col rigore autoriale di un artigiano che in quarantacinque anni ha affinato enormemente la sua tecnica. Lo fa anche introducendo alcuni temi interessanti (uno in particolare, che presenta una peculiare idea di arte) che fanno il paio e per fortuna annullano gli effetti devastanti di alcune banalità (lo stereotipo, per quanto ben curato e approfondito da Im, del genitore che riversa sui figli i suoi sogni giovanili frustrati). Splendido finale, che non ha nulla di catartico e anzi acuisce il dolore simpatetico dello spettatore, all'acme dell'empatia e dell'immedesimazione coi protagonisti.

 

(27/09/07)

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