FESTIVAL
DI BERLINO 2008 – PANORAMICA
BERLIN, UBER ALLES - 2° E ULTIMA PARTE
A cura di Nicola Cupperi
Seppur al 100 % messicano, sbuca dall'onnipresente Sundance Institute il
film che vince il premio Alfred Bauer
destinato alla pellicola maggiormente innovativa, Lake Tahoe di Fernando Eimbcke. Ora, nonostante il film
sia estremamente bello e riuscito, il premio come
lavoro maggiormente innovativo sa un po' di: “non so che altro premio
darti ma sicuramente ne meriti uno”. Tutto giusto, per carità, e vedere
questo giovane regista ritirare il premio con un grado di felicità vicino
all'isteria non può che rendere felici. Ma semplicemente il premio non c'azzecca. Sarebbe magari potuto andare nelle mani di un
altro esordiente, Lance Hammer, molto più indipendente di
qualsivoglia film Sundance,
che col suo truce, sincero Ballast si addentra nel delta del Mississippi, nel profondo
sud degli Stati Uniti d'America, per raccontare la storia di tre disperati di
una minuscola comunità afroamericana in mezzo al
nulla, e per giunta un nulla desolato, marcio e malsano; e per farlo scomoda
tre attori non protagonisti, si mette la macchina in spalla, scrive una
sceneggiatura inattaccabile e la gira con ottima padronanza. Ecco, fra i film
berlinesi questo, passato un po' in secondo piano a causa della sistemazione
nel pomeriggio dell'ultima giornata, avrebbe meritato sicuramente più
attenzioni.
Così come più attenzioni avrebbe meritato l'ubiquo Johnnie To, che è ufficialmente diventato l'amico da invitare a
ogni Festival del cinema immaginabile (fra il 2006 e il 2007 Election in
concorso a Cannes, Exiled
e Mad Detective a Venezia) per poi non fargli
vincere niente nemmeno se il film è proprio bello. E Man Jeuk (The Sparrow) è
proprio ma proprio bello. Vorrei solo che qualche computer organico mi dicesse
qual è l'ultima commediola
allegra e sbarazzina ad aver vinto un Festival veramente importante. Sarebbe
stato bello fare i coraggiosi in questo senso. Ma velleità rivoluzionarie a
parte, resta ben impresso il fatto che Johnnie To non si
schioda, rimane lì fra i registi più magnificenti del mondo nonostante le tre
produzioni annue. The Sparrow,
tanto per non smentirsi, è stato girato in quattro anni nei momenti morti tra
una produzione a l'altra. A To veniva un'idea, chiamava Simon Yam, Kelly Lin, Lam Suet, una
piccola troupe tecnica, e girava in mezza giornata le scene appena scritte. Per
questo ha dovuto mettere a libro paga due segretarie che
si occupassero della continuity; le quali, per la
cronaca, hanno fatto un ottimo lavoro dato che il film si giova di un'unità
davvero incredibile, soprattutto se si pensa che è stato girato talmente a
singhiozzo. Altra cosa bella del film è l'omaggio del regista alla sua città,
Hong Kong, filmata come in una di quelle commedie spensierate anni '50, solo
con il tocco e il senso estetico modernissimi del regista, che si diverte anche
a infarcire la pellicola di un paio di scene
memorabili, tra cui la danza/duello/borseggio finale da urlo.
Altre pellicole degne di nota sono sicuramente l'esordio alla regia di Philip Claudel con Il y a Longtemps que je t'aime... per chi ama il genere “drammone francese sui sentimenti”, il film della
catalana Isabel Coixet, Elegy, che si
fregia della presenza di Sir Ben Kingsley, di Dennis Hopper e delle nudità di Penelope Cruz.
Fuori Concorso hanno assolutamente spadroneggiato due film totalmente diversi
tra loro, Katyn
di Andrzej Wajda, candidato all'Oscar come miglior film straniero,
e la nuova opera di Michel Gondry, Be Kind Rewind. Il film di Wajda è un visivamente orgiastico
ritrattone nazionalpopolare di una delle tragedie peggiori della seconda guerra
mondiale, ovvero l'esecuzione da parte dei russi di 12000 ufficiali polacchi
nella foresta di Katyn, girato e scritto ottimamente;
il nuovo Gondry
è, come al solito, una gioia cinefila
imperdibile, spalleggiata, questa volta, dalla
corroborante presenza del folletto magico Jack Black. Che ve
lo dico a fare, assolutamente da non perdere.
E ora un paio di righe sui due film che presumibilmente arriveranno
in Italia e che sono da evitare come la peste. Vince la gara a due, con un
solido sprint, The Other
Boleyn Girl, altro polpettone su un'ennesima
regina inglese (finiranno prima o poi?), stavolta Anna
Bolena, che fortunatamente non raggiunge i livelli di
bruttezza di Elizabeth: The Golden Age, ma poco ci manca. Scarlett Johansson, con un pessimo accento
inglese, gioca con Natalie Portman a chi
fa le faccette più sceme; molto divertente. Eric Bana nella parte di un re maniaco
sessuale e senza cervello, fa il cipiglio arrabbiato da bimbo in castigo in
ogni scena in cui recita. Gli altri vengono gettati in
un calderone fumettistico, nell'accezione peggiore possibile dell'aggettivo,
che non ha né capo né coda.
L'altro pessimo esempio di cinema è Fireflies in the
Garden, dell'esordiente Dennis Lee, che coinvolge in un inguardabile drammone famigliare Willem
Dafoe, Julia Roberts, la riesumata Carrie-Ann Moss, Ryan Reynolds (intellettuale dal bicipite
tornito), Hayden Panettiere, Emily Watson e chi più ne ha più ne metta. Perlomeno qui non c'è il dolo come in The Other Boleyn Girl,
ma solo tanta inesperienza.
FINE 2° E ULTIMA PARTE
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