FESTIVAL DI BERLINO 2008 - PANORAMICA
BERLIN, UBER ALLES - 1° PARTE

A cura di Nicola Cupperi

 

Orbene, dopo avere vergognosamente saltato il report del morettiano Torino Film Festival, e per questo chiedo ancora umilmente venia, tento di farmi perdonare scribacchiando qualche pagina sull'appena conclusosi cinquantottesimo Festival del cinema di Berlino. Antepongo il “tento” non a egida di un eventuale brutto pezzo, vivaddio i positivisti hanno il dono della clemenza amicale, bensì per due motivi meramente strutturali: primo, ho dovuto, per esigenze redazionali esogene a Positif, seguire il Festival come un giornalista serio (senza però averne i benefici, leggi stipendio. Evvai con la stoccatina), ovvero coprendo interamente le sezioni Concorso e Fuori Concorso e privandomi quindi di un sacco di chicche di cui le sezioni Panorama e Forum sono orgogliosamente foriere; secondo poi, essendo la mia prima volta alla berlinale, c'è da dire che la capitale tedesca è uno di quei posti la cui stordente bellezza potrebbe persino far dimenticare tutto il bel cinema presente al Festival. Quindi, distrazioni e doveri permettendo, vi propongo un viaggetto all'interno delle selezioni ufficiali dei lungometraggi in Concorso e Fuori Concorso.
Prima di partire, vado a depennare due film che, per motivi diversi ma eguali, erano in concorso a Berlino e, contemporaneamente, già nelle sala in Italia. Si sa che da sempre la berlinale soffre le pressioni dei distributori dei film odorosi di Oscar, i quali richiedono gentilmente una spinta mediatica in più da parte dei vertici del Festival; così, There Will Be Blood, nonostante sia già uscito (o comunque in prossimità di uscire) nelle sale di tutto il mondo, si ritrova in concorso a Berlino, sia per dare lustro alla selezione con le sue 8 nomination agli Academy Awards, nonché ovviamente rafforzare i propri crediti nella corsa alla statuetta d’oro. Niente da dire su questi meccanismi, se contiamo poi che l'Anderson è stato probabilmente il miglior film del Festival. Dall'altro lato della barricata abbiamo Caos Calmo, paradigma deambulante della mediocrità, a livello produttivo e distributivo, della cinematografia italiana; la quale, per festeggiare la partecipazione al concorso ufficiale di uno dei maggiori Festival di Cinema del mondo e per darne il maggior risalto mediatico e critico possibile, decide di farlo uscire nelle sale italiane cinque giorni prima rispetto alla proiezione ufficiale di Berlino, azzerando totalmente di fatto la logica enfasi festivaliera. Mah, sorvoliamo.

Lo diceva Costa-Gavras, presidente di una giuria monca a causa delle defezioni di Susanne Bier e Sandrine Bonnaire e quindi in sostanza composta da due attricette belle ma inutili e gente messa lì a caso, che voleva consegnare un Orso d'Oro coraggioso a un film sperimentale e diverso. E ha mantenuto le promesse appioppando a sorpresa il premio principale al film brasiliano Tropa de Elite di Josè Padilha. Il film narra della violenza di Rio de Janeiro, della corruzione dei poliziotti, della crudeltà degli spacciatori. Il tutto in maniera molto realista, con una scrittura solida. Oddio, volendo si può dire che è sceneggiato da un candidato all'Oscar, Braùlio Mantovani, quello di City of God di Mereilles, che c'hanno messo qualche soldino pure i fratelli Weinstein, e che gli effetti speciali li ha fatti quello di Die Hard 4 e de La Vendetta dei Sith, mica la bottega degli arti mozzati finti di Dario Argento giù a Roma, e che quindi tutto è tranne che sperimentale, o piccolo, o di nicchia. Anche perchè si tratta del più grosso successo commerciale dell'intera storia del Brasile. Hai detto niente, nel paese con uno dei maggiori mercati di pirateria cinematografica al mondo. Però è un bel film, un film di genere per dio, un film pensato e ragionato, fortemente voluto e molto ponderato. E quindi tanto di cappello al franco greco Costa-Gavras per questo premio.
Rimettiamoci subito il cappello e facciamo una faccia incazzosa, invece, per l'Orso d'Argento – Gran Premio della Giuria, consegnato a Errol Morris per il suo documentario, primo nella storia in concorso a Berlino, Standard Operating Procedure, sulla vicenda delle torture ad Abu Grahib. Un film che, con il materiale trovato e le interviste strappate dal cineasta, poteva benissimo diventare una bomba giornalista e cinematografica assieme, e che invece si accontenta di essere un verboso, anticinematografico, indisponente special televisivo di due ore da far trasmettere su una televisione via cavo americana a caso. Fiumi di parole degli intervistati, cinque dei sette militari processati per le fotografie scattate ad Abu Grahib, intervallate da orrendamente enfatici inserti di fiction (il rallentatore della frittata di Saddam Hussein entrerà per la porta principale nella storia del trash cinematografico) il tutto contrappuntato da una partitura musicale fastidiosamente sopra le righe di Danny Elfman.
Anche i premi al miglior attore e alla migliore attrice prendono la strada delle montagne russe: premio scontato e giustissimo per Sally Hawkins, che nella splendida commedia di Mike Leigh (che fallisce l'obiettivo del grande slam, avendo già vinto sia Palma d'Oro con Segreti e Bugie sia Leone d'Oro con Vera Drake), Happy-go-Lucky, da vita a Poppy, un personaggio coloratissimo e sempre sorridente, la cui missione è portare il buonumore nelle giornate degli altri; premio sinceramente poco condivisibile quello dato come miglior attore all'iraniano Reza Najie, protagonista della commedia agrodolce The Song of Sparrows, firmata dal regista Majid Majidi. Teoricamente un'interpretazione piatta e monocorde all'interno di un film bruttino e un po' paraculo non dovrebbe essere premiata, no?
Paul Thomas Anderson si porta a casa, con sommo gaudio del popolo cinefilo intero, l'Orso d'Argento per la miglior regia, secondo plantigrade placcato per il regista americano dopo quello dipinto d'oro ottenuto per Magnolia qualche anno fa.
Poi, ovviamente, immancabile cinema orientale. E’ la simpatica volta di Wang Xiaoshuai, un altro che di Orsi se ne intende, avendone vinto uno d'argento, Gran Premio della Giuria, per Le Biciclette di Pechino nel 2001 ; quest'anno se ne torna a casa col premio alla miglior sceneggiatura per il suo In Love We Trust, particolare quadrangolo amoroso tra persone che devono affrontare la malattia in fase terminale di una bambina, cercando in tutti i modi di trovarle un donatore di midollo osseo. Un film, a quanto dice la bella giurata Diane Kruger, premiato specialmente per il riuscitissimo finale, ma che in realtà ha da dire molto di più a livello registico che non narrativo, grazie a una maniacale ma splendida attenzione ai dettagli, e a una maturità e consapevolezza tecnica invidiabili.

FINE 1° PARTE

 

(21/02/08)

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