


BE COOL
REGIA: F. Gary Gray
CAST: John Travolta, Uma Thurman, Vince Vaughn
SCENEGGIATURA: Peter Steinfeld
A cura di Luca Lombardini
PIU’ COOL DI COSI’ SI MUORE
Mafiosi russi con il toupet, gangsta-rapper dal grilletto facile, ex wrestler
omosessuali dal sopracciglio accattivante, vedove non proprio inconsolabili con
tanto di “titolo” sulla t-shirt, dinosauri del rock che duettano con promesse dell’R’n’B,
pseudo talent scout bianchi che imitano lo slang del
ghetto: eccolo il nuovo mondo dell’ineffabile Chili Palmer,
che a dieci anni di distanza torna sul grande schermo per indossare i panni di
un produttore musicale. Il seguito di Get Shorty è una commedia frizzante mascherata da gangster
story demenziale, diretta dal modesto F. Gary Gray, trentenne ex videoclipparo che ha raggiunto una certa fama grazie alla
regia dell’innocuo The Italian Job. Il film è
senza dubbio molto divertente e scanzonato, con un gran senso del ritmo,
location sfavillanti e protagonisti agghindati all’ultima moda. La
sceneggiatura (che prende a piene mani dal romanzo di Leonard)
si rivela ben scritta, con dei dialoghi pungenti, perfettamente inseriti nel contesto grottesco degli avvenimenti che rendono funzionale
ogni singolo passaggio. Gray gira
con il pilota automatico, e salvo qualche sequenza tarantiniana
come le inquadrature dall’interno del cofano o i protagonisti più volte
sorpresi al telefono, si affida totalmente
all’improvvisazione del cast stellare messogli a disposizione.
Paradossalmente, la tanto attesa performance dei due
ballerini pulp Thurman-Travolta, è una delle scene
meno cool di tutto il film, tirata per i capelli,
sembra messa lì apposta per omaggiare il successo del secondo film di Tarantino. Gray non riesce a
riprodurre nemmeno un quarto del magnetismo erotico che i due divi trasmisero
al pubblico nel 1994, ma viene salvato dalla naturale
alchimia che ancora unisce Uma e John,
i quali portano a casa la pagnotta anche in un prodotto che non brilla certo
per originalità. Partito in sordina, risulta invece
una spanna sopra gli altri, l’inarrivabile Harvey
Keitel nella parte di Nick Carr, perfido produttore discografico in eterna simbiosi
con il suo auricolare. Keitel in nemmeno due ore di
film si diverte a ridicolizzare i suoi classici personaggi con un’ interpretazione che costringe alla risata ogni tre
per due. Altra inaspettata sorpresa è la performance di The Rock, che con il
suo sopracciglio accattivante ruba la scena a molti suoi colleghi più
celebrati, dimostrando di poter strappare qualche sincero applauso, senza far per forza ricorso ai bicipiti. L’obbiettivo
del film è quello di una satira politicamente corretta verso tutte le maschere
e gli stereotipi dell’America contemporanea. Il regista fa finta di
prendersela un po’ con tutti: neri, omosessuali, music business, ma alla
fine calca un po’ la mano solo con i russi, macchietta
“genetica” di tutti i prodotti scanzonati a stelle e strisce.
Aiutato dal suo passato di “mtv
director”, Gray dà il meglio di sè soprattutto quando si tratta di amalgamare le immagini
con le sonorità più cool della realtà losangelina, ecco allora che assistiamo a scene esilaranti
come l’arrivo dei gangster XXL alla villa del
loro capo o la visita di “cortesia” che quest’ultimi,
spalleggiati dal boss, fanno alla casa discografica gestita da Travolta. Il
merito di Be Cool è quello
di non prendersi troppo sul serio, lasciando campo libero alle pose, alle
battute e al rincorrersi degli imprevisti, trascinando lo spettatore in una
realtà fatta di luci e anteprime, un paesaggio colorato e sfavillante che eleva
al quadrato ogni storia che in esso si intreccia.
L’auto-ironia regna incontrastata, ogni personaggio
gioca fino in fondo la sua partita per essere o non essere alla moda, che si
tratti di boxer ben in vista e all’altezza dell’ombelico o di
pantaloni a vita bassissima per scoprire un tatuaggio quel tanto che basta, non
conta più di tanto, l’importante è avere un posto al sole nella Los
Angeles delle copertine e dei video in heavy
rotation. Be cool non è un
film perfetto, ma si fa apprezzare proprio per i suoi difetti di superficialità
e per le sue ragazzate, perché fin dai manifesti pubblicitari si capisce che le
pistole sono caricate e che nessuna cameriera aspirante pop star potrà mai un
giorno duettare con Steve Tyler, ma proprio per questo piace, in
quanto per 118 minuti lascia credere che la vita sia solo una questione
di stile e di apparenza.
(20/04/05)