


BATTAGLIA NEL CIELO
REGIA: Carlos Reygadas
CAST: Marcos Hernàndes, Anapola Mushkadiz, Bertha Ruiz
SCENEGGIATURA: Carlos Reygadas
ANNO: 2005
A cura di Alessandro Tavola
ANIME DELLA MANCANZA DI EMOZIONE
Opera seconda, opera di anime. Anime perdute. Angeli,
verrebbe da dire, visto che non vi sono colpe o meriti, ma susseguirsi si situazioni, fatte di destino e innati bisogni.
Bella giovane ricca normale, puttana per scelta. Vecchio brutto povero normale,
criminale per forza. Vicenda di vite parallele incrociate nel loro desiderio
inappagato, sempre e comunque.
Dipinto astratto del Messico (e non solo) di oggi, che
nella sua visione deformata e stilizzata rimbalza dal reale al non reale di
tempi e spazi che secondo la più noiresca concezione
filmica finiscono col (con)fondersi, ma non sempre benissimo.
Inizia con una fellatio che forse è un Sogno. Si
continua con la vita di tutti i giorni, che potrebbe
essere un Sogno, ma sostanzialmente è un incubo. Si finisce con un
pellegrinaggio, che dovrebbe essere un Sogno (umano). Sì è così, perché tutto
si mischia nel gioco di soggettive e voci fuoricampo, nel rapportarsi di
tonalità chiaroscure sempre albeggianti, nei silenzi,
nella crudezza fisica dei corpi e del loro fluidi. Uomo reso pura carne desiderosa e paurosa, vittima della vita, dove
ogni azione e parola hanno un alone di meccanicità
onirica, personaggi/persone/marionette rappresentati come animali in gabbia,
meri vettori di speranze inappagate. Non ci sono urli, se non impliciti.
E qui il sesso come ogni altra cosa non è né erotismo né
pornografia, ma spento documentario. Non c’è
salvezza, verrebbe da pensare, se non nell’attimo. Fiori di fuoco.
C’è tanto di quella visione non schifata di un mondo schifoso tipicamente
Ferrariana, coi personaggi
tanto legati alla propria (male)dizione cattolica quanto alla libertà/obbligo
di devastazione di anima e corpo. Sublimazione astratta del desiderio sessuale
e non solo, in quel gioco di silenzi visivi incisivi idealizzanti che oggi
suonano tanto orientali. Isole e case vuote. E anche
tua mamma.
Ma queste righe dovrebbero essere una cronaca di sentimenti, non di deduzioni
quasi fredde e oggettivanti nate dal rapportare di questo film a un precedente background di autori qui citati, astrattisti
dell’umano, oggi vivissimi, e dei quali Carlos Reygadas può anche entrare a far parte,
nonostante le lentezze volute, nel divagare sull’esterno e
sull’alienato che, nella loro apparente mancanza di significato diretto
metaforico emozionale visivo, sembrano essere quasi troppo autocompiaciute.
Pastrocchio insipido, a volte. Autore acerbo, sempre. Tuttavia
valido se messo mescolato agli altri vari auteurs,
soprattutto nella speranza di una rilettura a posteriori. Ci
scommettiamo, con due cuori che magari al prossimo diventeranno tre, se non
quattro. O cinque.
(29/01/06)