
INCONTRO CON BARBARA BOUCHET
A cura di Luca Lombardini
CHIAMATELA B.B
“Solo oggi, guardandomi indietro, mi rendo conto di aver vissuto gran parte
della mia vita con la testa fra le nuvole. Sono arrivata a recitare vicino a Marlon Brando e gli ho detto che il suo
profumo era orribile, faceva venire il mal di testa…”
Esordisce così Barbara Gutscher, con
un pizzico di nostalgia, spudorata sincerità e gli occhi di chi si deve ancora
abituare al tour de force promozionale dovuto alla rivalutazione della nostra
serie B cinematografica che, da Venezia 2004, “mi fa passare un fine
settima si e l’altro pure in giro per il mondo: Francia, Germania, Inghilterra,
Giappone, paesi che impazziscono letteralmente per quelli che adesso si
chiamano Cult movies”. Reginetta della commedia sexy all’italiana
che contese, per l’intera durata degli anni settanta, lo scettro di sex
symbol assoluto alla collega/rivale Edwige
Fenech, ma soprattutto musa ispiratrice e femme fatale in due dei più
riusciti film di Fernando Di Leo (Milano calibro 9 e Diamanti sporchi di sangue
), Barbara Bouchet ha sfruttato
l’incontro che l’ha vista protagonista al Campus di Cinecittà per
ripercorrere la sua parabola di attrice.
Figlia di fotografo, trasferitasi negli Stati Uniti all’inizio degli anni
sessanta, inizia a lavorare come modella e finisce per vincere un provino per Prima Vittoria, film del 1965 diretto da
Otto Preminger, dove interpreta il ruolo della moglie di Kirk Douglas. La parte le frutta un
contratto di sette anni per le produzioni firmate dal regista austriaco.
“All’inizio sembrava tutto rose e fiori, percepivo 600 dollari la
settimana, avevo appena girato un film con Kirk
Douglas ed Henry Fonda, tutto mi
appariva perfetto, poi iniziai a vedere anche l’altra faccia della
medaglia. Preminger non era solo un
regista rigido e severo sul set, ma pretendeva di controllare anche la vita
privata di una sua dipendente: mi impediva di frequentare locali che lui
riteneva poco adatti e non potevo lasciare Hollywood senza il suo permesso; il
contratto mi portò denaro e benessere ma mi impediva di recitare in altri film,
dopo due anni di disoccupazione pagata venne rescisso”.
Un periodo che coincide con l’immediata partenza verso Londra, ad
attenderla un colloquio con Michelangelo
Antonioni e un’inaspettata quanto piacevole sorpresa: “il mio
agente riuscì a programmare un incontro con Antonioni
nella sua camera d’albergo londinese. Bussai alla porta e mi aprì in
vestaglia. Neanche il tempo di presentarmi che mi freddò dicendomi di essere
esausto e di aver un gran bisogno di dormire, richiuse la porta e io rimasi lì
imbambolata senza campire bene cosa fosse accaduto. Delusa e arrabbiata per
aver fatto un viaggio a vuoto scesi al piano terra, mentre aspettavo il mio
agente al bar incontrai Charlie Feldman
il quale, senza neanche sottopormi ad un provino, mi scritturò per Casinò Royale dove interpretai Miss
Moneypenny.
Dopo aver terminato le riprese al fianco di David
Niven la Bouchet arriva in Italia
per recitare in una pellicola diretta da uno scenografo che si apprestava a
dirigere il suo primo film. “Ho esordito su un set italiano con Colpo Rovente, per la regia di Piero Zuffi. Ricordo benissimo i primi
giorni di lavorazione: caos, chiasso, gente che gridava in continuazione, e io,
che non parlavo neanche una parola di italiano, non riuscivo a concentrarmi
neanche per un secondo, abituata come ero a recitare in film hollywoodiani dove
si esige il silenzio più assoluto. Inoltre, non ero l’unica straniera
scritturata dalla produzione, durante alcune scene si arrivava a parlare
contemporaneamente tre o quattro lingue diverse; Zuffi poi, alla sua prima regia, dava l’impressione di aver
le idee molto confuse, particolare che non rese certo facile la lavorazione di Colpo Rovente”.
Nonostante le difficoltà tecniche, l’esordio di Zuffi regala al cinema italiano un piccolo cult pop-noir,
nobilitato dalla presenza di Carmelo Bene
e reso irresistibile dal montaggio folle di Kim
Arcalli, geniaccio della post produzione e inseparabile braccio destro di Giulio Questi, uno dei pochi veri
outsider del nostro cinema (chi ha visto La
morte ha fatto l’uovo, che leggenda vuole esser stato montato da un Arcalli prossimo al coma etilico, e Se sei vivo spara, capirà di cosa si sta
parlando). Le grazie della Bouchet
non passano certo inosservate, e non è un caso che nel giro di un paio
d’anni, arrivi quella che ancora oggi viene considerata la performance
per eccellenza della sua intera carriera. Nel 1971 infatti, esce Milano calibro 9. “Tra cinema e tv
le tematiche gialle e gangster sono quelle che più ritornano nella mia vita di
attrice, tra questi, il mio film preferito, il mio cult movie assoluto è
sicuramente Milano calibro 9. Ferdinando
riuscì a tirare fuori dalla mia maschera la cattiveria di fondo e l’anima
nera tipica delle figure femminili dei noir americani e dei polar francesi, tra
i personaggi interpretati Nelly Bordon
è quello al quale sono più affezionata”. E se del capolavoro di Di Leo si è ormai detto di tutto e di
più (senza dubbio il prodotto italiano che più si avvicina ai grandi del crime
movie internazionale come Huston, Melville e Nick Ray), non potevamo lasciarci sfuggire l’occasione di chiedere
alla Bouchet un ricordo dello
scomparso regista che, grazie al ruolo della bionda amante e traditrice di Gastone Moschin, le ha permesso di
diventare una vera e propria icona di un filone dominato in lungo e in largo da
interpreti maschili.
“Ferdinando (continuerà a
chiamarlo così per l’intera durata dell’incontro) era una persona
eccezionale. Semplice, pacata, capace di metterti a tuo agio con un solo
sguardo. Con lui si lavorava praticamente in famiglia, sia in Milano calibro 9 che in Diamanti sporchi di sangue ho avuto la
fortuna di recitare con un’equipe affiatata e capace, Di Leo poi, grande regista e uomo
estremamente acculturato, sembrava avere le idee chiarissime su quel che
intendeva realizzare. Forse il segreto dei suoi grandi film è proprio questo,
peccato che se ne sia andato e non abbia mai ricevuto, da vivo, lo stesso tipo
di apprezzamento critico che ha circondato il suo nome da morto.”
Gli anni settanta diventano per l’attrice un vero e proprio trampolino di
lancio, e le danno la possibilità di imperversare sui set di alcuni dei nomi
più rappresentativi del nostro cinema di genere, tra i quali spiccano Lucio Fulci, Sergio Martino e Alberto De
Martino: “ Lucio era una
persona contorta, un burbero, un uomo difficile da capire, ma questo non devo
certo dirlo io, basta guardare i suoi film. Sergio
invece aveva una vera e propria ossessione per gli occhiali, voleva che li
indossassi in ogni film, diceva che così sembravo ancora più sexy. Di Alberto invece non ricordo molto, anche
perché con lui ho girato un solo film (L’uomo
dagli occhi di ghiaccio), in
Messico mi pare. Ricordo perfettamente Antonio
Sabato però, nel film dovevo baciarlo spesso ma lui si ostinava a mangiare
l’aglio”. Al termine di questo glorioso decennio Barbara Bouchet scompare improvvisamente
dalle scene, tutti sembrano pensare che le responsabilità di tale abbandono
vadano ricercate nella macchina cinema, non più viva e oliata come un tempo,
mentre per l’attrice la verità è un’altra: “ Volevo chiudere
la mia carriera di mia spontanea volontà, senza aspettare che qualcuno mi
costringesse a farlo. Allora ero un’attrice estremamente popolare, ma il
mio desiderio era quello di fare la mamma. Quello che non avevo calcolato è che
la mia voglia di tornare a calcare le scene non coincidesse più con le
produzioni italiane, che dopo gli anni ottanta non sono più in grado di
affermarsi all’estero. Le mie soddisfazioni sono riuscite a togliermele
lo stesso. Ho preso parte ad un piccolo ruolo di Gangs of New York, Martin
Scorsese è addirittura venuto a casa mia durante le feste di Natale,
abbiamo chiacchierato come due vecchi amici e ci siamo scambiati ricette
culinarie”. Durante l’incontro il nome di Quentin Tarantino ha fatto capolino più e più volte, decidiamo
quindi di chiudere la chiacchierata chiedendogli se si è sentita più sollevata
o invidiosa quando ha saputo che uno dei suoi massimi ammiratori ha scelto la Fenech e non lei per il secondo episodio
di Hostel. “Quentin mi ha regalato una delle più
grandi soddisfazioni della mia vita, quindi non potrei mai portargli rancore.
Comunque lui non mi ha scartata bensì tutelata. Hostel 2 verrà solo presentato da Tarantino, il regista di questo film voleva un’attrice
italiana degli anni settanta per una piccola parte, aveva pensato a me ma Quentin ha preferito che la parte
venisse assegnata alla Fenech,
aggiungendo che sarà lui a scritturarmi per un suo film”.
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