

BAD GUY
REGIA: Kim Ki Duk
CAST: Jae-Hyeon Jo, Won Seo, Yun
Tae Kim
SCENEGGIATURA: Kim Ki Duk
A cura di Claudia Scopino
KOREA FILM FESTIVAL 05’ REPORT: NON ANDARE, NON
ANDARE VIA
Nello stesso anno dell’amara parabola sulla crudeltà umana di Adress Unknown
(2001) e antecedente all’apologo sull’ossessione e la Guerra in
Corea di The Coast Guard
(2002), Kim Ki-Duk ha
girato quello che forse è, dopo Ferro 3, il suo miglior film. Bad Guy è il manifesto della sua filmografia, dove tutti gli
elementi ricorrenti del suo cinema si fondono perfettamente e danno vita ad un
susseguirsi crescente di emozioni. Il mutismo dei suoi
personaggi (qui giustificato da una cicatrice), la loro violenza, la crudeltà
dell’essere umano, i sentimenti e le relazioni tra uomo e donna
rappresentano in Bad Guy le linee guida di una
narrazione concisa che non trova conforto nella linearità del racconto, né
nella verosimiglianza degli eventi. Sempre di non facile visione, i film di Ki-duk esplorano le emozioni più nascoste dell’uomo,
le ferite più dolorose, i rapporti più complessi, personaggi apparentemente
violenti e insensibili che nascondono un anima fragile
che tenta costantemente di gridare aiuto. Bad Guy non
è un film facile: è la dura storia di una giovane ragazza, Sun-hwa,
che per crudeltà di un ragazzo di lei infatuato si
trova intrappolata nel mondo della prostituzione. Vi sono quindi scene di sesso
forzato, la perdita dell’innocenza di una ragazza costretta a crescere e
vendere il proprio corpo. Lui, Han-gi, un uomo che
parla con lo sguardo, aggressivo e brutale, la guarda, affascinato,
probabilmente innamorato, dietro uno specchio della sua stanza, dove ormai è
costretta a vivere. Sono inutili i tentativi di fuga: per lasciare quel mondo è
necessario l’intervento di Han-gi, ma chissà se
davvero troverà il lieto fine. La complessità della
storia, che pur nella sua dimensione di sogno e di non facile comprensione non
crea mai confusione, è narrata da Ki-duk con densità
e senso ritmico, accrescendo la tensione dei rapporti e l’emozioni
dei sentimenti. Vi sono immagini di indubbia bellezza,
lo sguardo tra i due attraverso lo specchio, le scene di violenza mai buttata
in faccia allo spettatore ma sempre contenuta eppure impressionante, lo
struggente e furioso abbraccio tra i due protagonisti. La capacità di tenere le
redini della storia e infondere con leggerezza l’intensità dei sentimenti
dei personaggi trova l’apice in una delle sequenze più belle mai girate
dal regista coreano: nel quadro l’immagine dell’addio tra Han-gi e Sun-hwa, lui nella
macchina e lei che torna nella panchina di quel primo violento
incontro, e nelle nostre orecchie echeggia una bellissima canzone italiana (di
Etta Scola, cantante italiana trasferitasi all’estero) che canta
dolcemente Sono i tuoi fiori per me, quando li guardo mi sembra che parlino, ma
so che è una follia, o forse era un sogno in cui dicevano "non andare, non
andare via”. L’intensità della scena è da brividi, la perfetta
unione tra una storia impetuosa e una regia cupa e densa. E
sì che siamo in un film di Kim Ki-duk,
e allora forse quello non è un addio e neanche il finale del film, forse è un
desiderio o forse proprio come la canzone, un sogno. Ma
non importa la logicità della storia: Kim Ki-duk ci guida semplicemente e magnificamente nei
sentimenti crudeli dell’amore.
(19/04/05)