ARRIVEDERCI AMORE, CIAO

REGIA: Michele Soavi
CAST: Alessio Boni, Michele Placido, Isabella Ferrari
SCENEGGIATURA: Marco Colli
ANNO: 2006


A cura di Alessandro Tavola

SI MUORE UN PO’ PER POTER VIVERE

L’occhio di Michele Soavi era da dodici anni lontano dal cinema, immerso (morto o rinato?) nelle fiction televisive, in pausa quasi kubrickiana dal silver screen, dopo aver lasciato quell’Andrea Dellamorte e quello Gnaghi persi nel loro destino, ma nonostante il tempo sembrano quasi intatti (seppur contaminati) l’estetizzazione dell’efferatezza, il continuo pianto armonico delle immagini, la cupezza degli umori, il deformare di canoni.

Arrivederci amore, ciao sembra mantenere poco della sua matrice letteraria (omonima, di Massimo Carlotto), che seppur spietata, sbandierava il suo voler narrare del politico e del sociale, della storia d’Italia recente, elementi doc per il continuo piangersi addosso nazionale delle produzioni audiovisive italiane, che ormai sembra(va)no occuparsi solo o di commedie o di vicende social-criminose da docu-fiction (televisiva), come lo stesso Soavi in questi anni. E ovviamente il “via libera” datogli nel fare questo film deriva da cose come Uno bianca (anche se molto più cinematografica di alcuni film) e non di certo dal bodycount di Deliria, ma fortunatamente egli non sembra essersi dimenticato delle differenze che corrono tra Cinema e televisione, e sembra di ritrovarsi di fronte a un nuovo passo del percorso di sdoganamento che il cinema made in Italy si è ritrovato a dover affrontare in questi anni, alla ricerca di una nuova libertà cinematografica che riesca a manipolare lo stampo prettamente statale delle sceneggiature odierne.
Due anni fa era La meglio gioventù di Giordana, qualche mese fa Romanzo Criminale di Placido, passando per la libertà graziata dal pubblico e dai premi di Le conseguenze dell’amore e Quo vadis, baby? di Sorrentino e Salvatores.

Arrivederci amore, ciao. Ma anche Salve crudeltà, Benvenuta morte.
Storia di Giorgio, ex terrorista, che torna in patria e sfugge alla pena grazie al “sacrificio” di un ergastolano, ma le prove della sua colpevolezza persistono, in mano al corrotto vicequestore Anedda, a causa del quale rimane incastrato in una spirale di crimini, tra traffici di droga, omicidi e rapine per riottenere la riabilitazione a tutti i costi; arrivista e paraculo, egoista e dovutamente malefico.
Sostanzialmente: Giorgio è un gran pezzo di merda, indubbiamente. Una vita fatta di scelte sbagliate ma obbligate. Toro scatenato o Il cinico, l’infame, il violento, tanto per citare in collegamenti verbali.
Soavi non fornisce un perchè, se non quello accademico legato allo snodarsi della vicenda.
Si tratta di una ricerca di resurrezione, di un inseguimento di canonica libertà, che si ritrova ad avere i connotati di un affogamento nell’odio, nelle bassezze e nella crudeltà. Istigazione di istinto di sopravvivenza costretta e animale, dove l’intera vicenda si fa pretesto nel puro dipingere un certo tipo di condizione (obbligata) umana, qui in cruda ed estesa estasi violento-filmica, in giustificazione (im)morale del “diventiamo ciò che facciamo (o meglio, ciò che siamo costretti a fare)”, uccidere per non essere uccisi, e nel farlo, suicidarsi ideologicamente, succubi di istinti, innati o assimilati.
E l’ironia nera imperversa.
Amorfe sensazioni che vengono semplicemente descritte, senza sentenzialismi.
L’annichilimento di virtù e speranze della condizione umana, che deperisce sotto diversi aspetti, nella ricerca di un Qualcosa. Match point, tanto per rimanere in sala.
Non “è buono”, non “è cattivo”, ma neanche “non è buono”, semplicemente “È”. È per poter essere.
Zero buonismi ma anche zero compiacimenti, semplice descrizione dell’umano, e di conseguenza dell’ignoto, abilità narrativa-visiva nell’oggettivare il “come” e il “dove” e nel diffondersi psicolabile del “quando”.
«Si muore un po’ per poter vivere» dice la canzone di Caterina Caselli che da il titolo al film, e proprio questo verso potrebbe essere il dogma motivazionale per tutta la pellicola, nonostante il brano sia legato al protagonista per i suoi personali ricordi e fluisca nel film in maniera delirante e viscerale come in Quando alice ruppe lo specchio, come il ripetersi morboso e angosciato delle sue situazioni.
Il vero protagonista è l’animo, coi suoi difetti ed i suoi pregi, in maniera estrema deformata e deformante, con il lato crepuscolare e insensato, demoniaco che scorre nel cine-palpitare, in un richiamo alla tendenza totale propria di autori come Cronenberg (più che mai in similitudine con l’ultimo A history of violence) e Polanski, da Soavi sempre citato e omaggiato, o ancora nei finali sospesi di Fulci o l’intera tradizione noir.

Perpetuarsi dell’opera soaviana che alla quinta pellicola continua fluidamente il suo mutare pelle visiva e mentale, che si mescolano e si scambiano film dopo film, senza il porsi domande o il dare risposte in maniera diretta, qui scaturendo più in trip nella ricerca di significato da parte dello spettatore, a pellicola terminata.
Si passa dalla condizione dei primi film, costruiti su sensazioni palesate, del perfetto vedere duro e crudo di violenza e tensione secondo per secondo (che anche in Arrivederci sarebbero probabilmente da NC-17), al ricamo fetale solitario e claustrofobico delle condizioni dei personaggi, al diavolo protagonista diretto di umori e situazioni, al mood criptico generale. Elementi che avevano trovato ognuno sfogo diretto nei film precedenti, qui rivivono tutti, contaminati di urbano, di ordinario, forse televisivamente infetti (nel bene e nel male), che da horror di costume diventano orrorifico moderno, pregio di Soavi nel rinnovarsi nei 2000 rimanendo comunque fedele al proprio Cinema, quello della vecchia prolifica produzione nostrana, di cui fu ultimo guerrigliero.
Gli assassini di Deliria rivivono, a segno della maestria del regista nel costruire scene connubio di virtù visiva e crudezza folgorante, con quella macchina da presa vero motore descrivente, in costante movimento, nell’intaccare il ritmo narrativo totale (come ottimamente in Dellamorte Dellamore) e nell’abbracciare spazi e volti di sequenza in sequenza, tra accostamenti musicali e feticismi (dietetici e non), verso il violento, verso il pittorico rappresentare delle forme, dei particolari, con quel ballare della macchina da presa che si fa danza macabra, mai tranquilla, mai rilassata, sempre preoccupata e piena di fantasmi, come i personaggi che sta raccontando.
Il diavolo bestiale però si mette (giustamente) da parte, rimanendo nel non visto e nel non detto, dando al tutto una dimensione prettamente reale seppur folle, facendo di Arrivederci amore, ciao propriamente un film sul Maligno, quindi ancora Polanski e, mentre La setta era Rosemary’s Baby, qui Soavi richiama (affermandolo, anche) Il coltello nell’acqua, ma è fortemente presente anche Mac Beth.

Il sulfureo diffuso quindi, nel drammatico che imperversa ovunque, e l’ironia satanica e dell’assurdo-mondo-violento che traspare dal personaggio di Michele Placido (superato lo shock iniziale per l’accento sardo), direttamente riflesso dei personaggi scorsesiani di Joe Pesci, con tanto di citazioni quasi testuali.
Boni non è proprio una cima, tra tono di voce ed espressività, ma forse tutto ciò si sposa bene col ruolo, pedina probabilmente, di qualcosa di più immenso.
Condensazione di generi, touchè stilistico, esagerazione prorompente,metafora (semi)totalitaria su persone e società: qualsiasi sia il punto di vista, funziona.
Ma forse mancano la facilità e la felicità di partenza nel vedere un film come questo, immerso ancora in un panorama di film nostrani afflitti da pregiudizi, pretese e clichè per ogni cosa che non sia tipicamente odiernamente italiana (cioè bigotta e succube di un cinema appartenente a quarant’anni fa). Fatto sta che, nell’incanto generale di una pellicola quasi sublime, se non fosse per il cast, non sembrerebbe neanche un film italiano.
Chiedo scusa da parte di Soavi se tenta di fare il suo mestiere.

(26/02/06)

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