L’ANALISI FILMICA. L'ARTE. LA PERDIZIONE. LA MASTURBAZIONE. L’AMORE

A cura di Pierre Hombrebueno

E’ utile, se non doveroso, aprire la sessione stagionale del nostro Deep Focus riflettendo, ancora una volta, come se non bastasse mai, sul senso della ricerca cinematografica. O filmica. Per non usare quella brutta parola che è Critica. Ed è strano farlo qui, fra le pagine positiviste, dove mai abbiamo osato definirci critici, in quanto preferiamo di gran lunga utilizzare il termine “Pensatori”.
E proprio da pensieri astratti partiamo, sperando di riuscire ad arrivare in qualche punto concreto, presto o tardi, prima che il Cinema sotterri totalmente il Pensiero e l’Analisi, dimostrando prettamente che chiunque abbia osato pensare-metabolizzare-analizzare-spezzare il Cinema, ha perso in partenza. E per partenza intendiamo da quella prima proiezione pubblica in quel di Paris, per arrivare fino alle visioni di oggi, sempre più complesse, paradossalmente proprio nel momento in cui l’immagine è più fermabile-manipolabile-segmentabile che mai. Ma dove vogliamo parare, dove vuole parare questo pensiero perso in partenza, sta proprio nella perdita in partenza della disciplina analitica del film, del corpo filmico, del testo. Non una resa, ma una constatazione, un’alzare le mani e inchinarsi ancora una volta, oggi come più di un secolo fa, alla potenza del cinematografo e alla sua imprendibilità, al suo astrarsi del concreto e viceversa.
Si può attraversare la forma per il contenuto, o il contenuto per la forma, o ancor di più si può ritenere che entrambi siano esattamente la stessa cosa: il medium è il messaggio, McLuhan docet, ma in tutte le strade la complicazione è sempre all’agguato, in pericolo, in (non) credibilità. Perché forse ha veramente poco senso, aver mai parlato di Spazio e tempo nel Cinema. Aver cercato di beneficiare di quell’attentato visivo e formalistico della costruzione visiva di un quadro, della technè, e parlare di “bellezza-spazio-temporale” è assai insensato per il semplice motivo che la Cinefilia stessa ha lottato per portare il Cinema allo stesso sistema delle Arti Visive e non, trascurando probabilmente che sono le stesse Arti Visive a non usare più la concezione spazio-tempo (nel modo tradizionale accademico-estetico, s’intende), da almeno 100 anni. Cioè da quando una ruota della bicicletta attaccata ad una sedia è finita nei musei. Da quando un fottuto Orinatoio è finito nei musei. In conseguenza a ciò, sono finiti nei musei anche foto di negri pompinari, o dipinti di schizzi/ puntini casuali, e non per ultimo, della merda inscatolata.

Non è facile capire che se la Merda in scatola di Piero Manzoni è nei Musei ed è accettata e consolidata Arte, non si debba più parlare di bellezza spazio-temporale per elogiare un film. Sempre che si mettano sullo stesso livello, cioè che si consideri Arte il Cinema. E in quel caso, una merda inscatolata varrà sempre più dei piani-sequenza di De Palma, Johnnie To, o Cuaron. E lo dimostra il semplice fatto che quella merda inscatolata e quei dipinti anti-figurativi di puntini e schizzi figurano nei nostri libri del Liceo, mentre di Griffith nemmeno l’ombra: Il pensiero artistico ha sempre vinto, mentre quello cinematografico ha sempre perso.
Il perché di ciò, sotto questo punto di vista, sta nell’Analisi Filmica, che è rimasta 100 anni indietro rispetto il sistema delle Arti. Allora, in alternativa, forse potremmo invece vedere il Cinema come Arte-Classica aka technè, dove l’artisticizzazione stessa risiede nelle capacità manuali/tecniche di un Autore. In quel caso il formalismo assumerebbe un suo perché, ed un piano-sequenza ben girato potrebbe portarsi a livello di “Arte”. Ma ancora: se così fosse, un film di Tsai Ming Liang sarebbe pura schifezza e offesa, senza contare che è la stessa Cinefilia che sta volendo un Cinema sempre più alla portata di tutti, dove le immagini possono essere create da chiunque, persino col cellulare, dunque un Cinema(tografarsi) sempre più slegata dal concetto di “tecnicismo”, per far più spazio al talento del dilettantismo personale: tutti sono registi. E se non lo sono ancora, lo saranno ben presto.
Oppure, ancora, ultimissima opzione: sostituire il classicismo artistico del Cinema con quello modernistico. Cioè quella dell’Arte concettuale. Ma il problema del Cinema, in questo, è che esso non potrà mai avvicinarsi neanche al 10% della potenza concettuale delle Arti Moderne per il semplice motivo che poi dopo si dirà che non è più Cinema, bensì Video-Arte, vedesi il caso di Matthew Barney.

Non rimane che supporre una delle due cose: O il Cinema è stato pienamente sconfitto ed espulso dal sistema artistico (dunque, la Cinefilia stessa, una certa Cinefilia stessa, ha perso), o ancora, semplicemente il Cinema non è Arte. Che è un po’ come rovinare il gran cliché fra gl’aficionados. Non solo non è la Settima, ma è proprio una cosa appartata, fuori dal circuito, con un linguaggio ed una percezione totalmente diversa. Eppure dopo 100 anni di teorie, studi, analisi, critiche, non abbiamo assolutamente niente di concreto in mano. Nemmeno una micro-definizione che sia perlomeno accettata dall’intera comunità: Qu’est ce-que c’est le Cinema? – Che cos’è il Cinema? Come prenderlo? Come sezionarlo? Come GIUDICARLO? Che cos’è la tecnica cinematografica? Quanto vale la tecnica cinematografica? Cos’è la moralità nel Cinema? E non per ultimo: perché anche quell’ignorante del mio vicino di casa potrebbe portarsi a livello di Critico Cinematografico?
La verità è che ci troviamo in un territorio totalmente anarchico. Dove la definizione estetica di bello nemmeno esiste più. Dove dire “bell’inquadratura” non significa più niente (immaginatevi quando si arriva a dire “bel film”). Possiamo anche fare i minuziosissimi scienziati pronti a sezionare un film fotogramma per fotogramma, esponendone le costruzioni spazio-temporali, ma non riusciremmo comunque a giungere all’essenza. Perché l’essenza, possiamo solo costruircela, ed è solo in ciò che l’Analisi, il Pensiero, forse, si sarà appropriato totalmente del testo che ha agl’occhi.
Troppe teorie nel corso degl’anni. Troppe di quelle inutili, seppur ricche di infatuazioni che arricchiscono l’immaginario del cinefilo, ed il suo bagaglio di forbici e lampadine.
Troppa Politica, degl’Autori o degl’Attori quelchesia, che finisce semplicemente a costruire dogmatismo ed irrazionalità, perdendo sempre più di vista ciò che è il vero oggetto di ricerca, tantochè il Cinema stesso si è ribellato cercando di tagliare fuori il pensiero esterno, post-modernizzandosi e auto-riflettendosi ad ogni singolo film: Il Cinema cerca di bastarsi. Il Film cerca di bastarsi al film. Perché ormai ogni singola pellicola degl’ultimi 10-20 anni è un’auto-riflessione sul proprio essere ed esistere, senza più bisogno di essere aperto e sezionato. Da ciò deriva la teoria dell’aumento dei film brutti, ma la verità è che non sono film brutti, semplicemente sono film auto-riflessivi già auto-analizzati automaticamente dal proprio regista; ciò comporta che un pensatore di Cinema esterno non abbia più nulla da dire o da aggiungere al testo, e finisce per scambiarlo per un film brutto e povero di elementi.
Davanti a questo panorama, al Cinephile dure et pure non rimane che la masturbazione.
Di quella masturbazione che ancora una volta gli farà dire “quell’inquadratura è geniale”, sia che assuma una visione estetica suggestiva, sia che assuma, al contrario, una focalità distruttrice dell’esteticizzazione e dell’artificio della finzione.
Masturbazione che ancora una volta gli farà dire “magnifico piano-sequenza”, ritrovandosi però col cazzo congelato davanti ad un’inquadratura fissa di 15 minuti di Tsai Ming Liang (che è addirittura un piano-sequenza più lungo!!). Oppure, semplicemente, il contrario.
Altri masturbatori invece elogeranno la portata contenutistica-morale di un film, come se esistessero veramente “temi buoni” e “temi cattivi”, “moralità accettate” e “moralità inaccettate”. In ogni qualcaso, siamo rimasti esattamente a Bordwell: Lo studioso di Film come Costruttore di Sensi. Anche se sono 100 anni che cerchiamo di dare un senso al Cinema e ancora non ci riusciamo. Anche se tutte le altre forme di critiche artistiche ci hanno ormai sorpassati anni-luce.

Ma questo, ora, porta il sottoscritto ad un pensiero ancora più astratto, ma che forse riesce a tenere insieme tutto quanto esposto fin’ora: Forse il Cinefilo ha semplicemente perso perché più di tutte le altre forme di pensiero, la Cinefilia è quella più legata al concetto di Amore. Probabilmente, la Cinefilia stessa non è che un’Amore per l’Amore. Bazin, Truffaut, Godard, Daney, prima ancora di essere stati dei critici-teorici-pensatori, erano innanzitutto amatori. Ed in fondo, quale Atto d’Amore più grande della stessa Politique des Auteurs, di per sé una resa davanti alla grandezza e all’inafferrabilità del Cinema, che sacrifica il pensiero per l’astrazione della fiducia e del dogma Amoroso: Amo, punto stop. E se sembro non apprezzare l’ultimo Lang, non è per colpa di Lang. Sono io che sono troppo ignorante e non ne percepisco la magnificenza. Lang è sempre un Capolavoro.
Più che a pensare di teorizzare il Cinema, in verità abbiamo sempre e solamente cercato di teorizzare lo stesso Amore che proviamo per il Cinema. Perché nello stesso istante in cui proviamo Amore, perdiamo di vista il soggetto per il sentimento che s’è appropriato di noi.
Ed è allora che scende la giustificazione anarchica, del poter amare contemporaneamente un piano-sequenza fico e 15 minuti di piano fisso; è in ciò che possiamo spendere fiumi di lettere di elogi contrastanti, persi (perduti) di vista seppur visibili e tangibili, seppur sfuggevoli e sfuggenti.
La vera artisticizzazione non sta nel prodotto, bensì nell’Atto, quell’Atto di essere Cinefili e quindi totalmente Amatori: L’Arte del Cinema risiede nell’Arte di Amare il Cinema.
E’ per questo che dopo 100 anni di ricerche, più che ad aver trovato risposte, ci siamo invece trovati davanti a domande, che a loro volta hanno aperto altre domande. Ma forse (l’amore per) Il Cinema dev’essere proprio così, un mezzo per riuscire a non smettere mai di porsi questioni. Di pensare. Di provare a pensare. Di stimolare e stimolarsi. Di pippare e pipparsi.

Ed è proprio fra queste enormi masturbazioni che apriamo il Deep Focus annuale (il cui “logo” è tutt’altro che casuale), augurandovi ed augurandoci una stagione piena di riflessi e riflessioni, morti e resurrezioni, seghe ed eiaculazioni.
Perché il Pensiero e l’Amore, non devono morire mai.

Ladies and gentlemen,
we are the ladies and gentlemen of The Positif Creative Sucker-love band.

 

(29/10/07)

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