
ALPHA DOG
REGIA: Nick Cassavetes
CAST: Justin Timberlake, Bruce Willis, Emile Hirsch
SCENEGGIATURA: Nick Cassevetes
ANNO: 2006
A cura di Luca Lombardini
LA PEGGIO GIOVENTU'
Perché non crediamo esista altra sigla migliore per etichettare i volti, i
corpi e lo stile di vita delle figure che affollano lo stomachevole affresco
intitolato Alpha Dog, un universo nauseabondo fatto di
soldi facili, ville con piscina, lettori MP3 che sparano musica gangsta rap, epiteti razzisti,
festini a base di alcool e droghe, vocabolari
giovanili che ruotano attorno ad un massimo di quattro parole
(<<troia>>, <<frocio>>,
<<fratello>>, <<succhiacazzi>>).
Per la sua ultima fatica dietro la macchina da presa Nick Cassevetes, figlio di cotanto padre,
decide di trasportare sul grande schermo la vicenda reale che nell’estate
del 2000 trasformò il ventenne spacciatore Jesse James Hollywood (quando si dice un nome
che è tutto un programma) in uno dei più giovani “most
wanted” degli Stati Uniti. Un progetto doloroso
dal punto di vista emotivo e non poco travagliato da quello produttivo, vuoi
perché alcuni dei ragazzi coinvolti nella tragica vicenda dell’assassinio
a sangue freddo di un quindicenne frequentavano lo stesso liceo della figlia
del regista, vuoi perché la pellicola, terminata nel marzo del 2005, ha subito
prima la riscrittura del finale causa l’arresto
di Jesse James dopo
ben cinque anni di latitanza, per vedersi poi bloccare l’uscita nelle
sale causa la richiesta del difensore legale dello stesso Hollywood, convinto che i fatti
narrati avrebbero potuto in qualche modo influenzare la giuria durante il
processo. L’autore opta per uno sguardo in
macchina concentrato sulla ricostruzione della cronaca, concedendo il minimo
spazio possibile a virtuosismi che ne lascino intravedere la presenza alle
spalle del racconto, lo split screen viene utilizzato
con il contagocce e solo in occasione della presentazione dei personaggi, strutturando
così l’intero scheletro portante dell’opera in una sorta di
documentario camuffato da film, mentre la scansione temporale delle ore e dei
minuti che segnarono il trascorrere di quei maledetti tre giorni, ritmano con
passo sicuro l’alternarsi di finzione e realtà. Alpha Dog è, per certi versi, un’operazione
“ricattatoria”, che mette lo spettatore faccia a faccia con un
evento drammatico e vero, quindi difficilmente criticabile nel suo svolgimento,
trasforma in “spettacolo” un omicidio, proprio come le televisioni
a stelle e strisce convertono in passatempo da coca cola e pop corn gli inseguimenti sulle highway
tra polizia e criminali, rivelandosi ben presto come l’antitesi al buonismo contenutistico dell’ultimo Muccino (come in
quel caso, c’è una storia vera con cui fare i conti) e raccontando in
terza persona il lato oscuro del sogno americano, non più occasione di riscatto
per l’individuo di sani principi, ma raffigurazione contemporanea degli Scarface del 2000, bambini nel corpo di ventenni provenienti
dalla media borghesia di Beverly Hills, a metà tra i
figli di papà di una puntata di O.C. e un libro di Ellis o Edward Bunker. Proprio nella scelta degli attori, Cassevetes si dimostra regista
attento e meticoloso, distribuisce le parti attraverso la scelta di maschere
provenienti dai telefilm e si gioca nella maniera più opportuna la carta Justin Timberlake,
emblema di un’ennesima generazione x abbonata alle prime pagine delle
riviste per parrucchiere in possesso di un solo ed unico talento: quello di
“spernacchiare” a tempo in un microfono.
Come lui, tutti i componenti della banda Trulove altro non sono che gusci vuoti e superficiali
ricoperti di tatuaggi, ombre capaci di trascorrere le proprie giornate al sole
di una spiaggia orfane di qualsivoglia modello adulto, impreparati a
comprendere il valore del denaro e della vita che si addormentano ogni sera
tranquilli e beati sotto il poster di Tony Montana, perché i loro padri vanno
fieri del loro passato di galeotto e le loro madri non vogliono essere
disturbate nel giorno che prevede la scopata dell’anniversario di nozze.
Forse Alpha Dog non è un film perfetto, anzi, può
apparire un po’ scolastico e convenzionale, mentre a tratti sembra
dimenticare l’importanza del giusto pathos tragico che dovrebbe caricare
i suoi personaggi, ma resta un’esperienza necessaria per capire
l’America e una certa gioventù d’oggi, figlia della frantumazione
della famiglia e lontana anni luce dalla parola ideali,
che di epico non ha e non potrà mai avere nulla; Cassevetes lo capisce e
somministra a chi guarda una canna senza filtro, che brucia ancora di più il
cuore e i polmoni.
(02/03/07)