ALIEN

REGIA: Ridley Scott
CAST: Sigourney Weaver, Tom Skerritt, Ian Holm
SCENEGGIATURA: Dan O’ Bannon, Ronald Shussett


A cura di Pierre Hombrebueno

SLASHER SPAZIALE

E’ sadicamente bello il fatto che nello spazio, puoi urlare finchè vuoi, tanto nessuno può sentirti. Si è automaticamente confinati in un livello spazio temporale irraggiungibile tranne che dallo spettatore fuori schermo, che cerca, (sado)masochisticamente di addentrarsi nello spazio di Ridley Scott, in esplorazione meta-semiotica della creatura confinata e nascosta tra il gelido pianeta. Perché necessariamente sorge un interesse (re)presso verso l’ambiguità scoperta scientifica rivoluzionaria / creatura bestiale ammazza uomini, e qui sta il lato fantascientifico di Alien, insieme all’introduzione (i primi minuti) molto rinvanganti a Stanley Kubrick – 2001 Odissea nello spazio nel rappresentare con una staticità temporale e geometrica quanto plastica messa in scena dei quadri. Mother sta a Hal come gli astronauti stanno alle vittime della scienza, qui prontamente repressa da Scott quando abbandona la pelle fantascientifica.
Alien, infatti, è strutturato come un horror, addirittura come uno degli slasher dilaganti allora nel cinema stati-unitense (Halloween risale solo a un anno prima). E così l’alieno diventa il Michael Myers della situazione, l’incarnazione del demonio che si nasconde nel buio per sterminare innocenti che nemmeno sanno con chi hanno a che fare. Siamo in pieno horror thriller, e l’uso, così congeniale ed efficiente del fuori quadro dimostra: sono pochissime le manifestazioni intere del soggetto assassino, perché esso si nasconde, appare, si ri-nasconde, sparisce come una bolla di nebbia, e poi riappare. A ricamare più profondamente la suspense è l’ottica dello spettatore, una (in)diretta soggettiva che ci tiene all’oscuro nel buio dell’ignoto e dell’ignoranza, che qui diventa dono dinamico nella meraviglia/paura/spavento nel momento in cui l’ignoranza si tramuta in sapienza, in visione diretta/esplicita del soggetto malefico non identificato.
Ed è così che questa stessa manifestazione diretta/esplicita, così attesa ma nel contempo stesso temuta, diventa punto d’arrivo del climax creatosi da apparizioni direttamente proporzionali alla durata del tempo, ma anche punto di partenza della carneficina generale, proprio come un orologio che scatta prontamente in questo congegno orrorifico e slasher che è Alien.
E il terrore, il passo avanti rispetto uno slasher, è lo spazio circolatorio dell’astronave; abbiamo visto il pianeta misterioso, buio e gelido, ma il posto perfetto per un massacro diventa l’astronave, che si trasforma in una prigione nel momento stesso in cui Scott lo fa innalzare in volo spaziale abbandonando il pianeta, forse l’unico punto di fuga da una morte ancora celata. Una morte invisibile in metodo ma atroce in risultato, come un virus mortale addentratosi nel sistema e nell’equilibrio perfetto (e ricordiamo il rigore visivo dei primi 5 minuti).
Mettendola in questi termini: l’opera di Scott è un sistema operativo formalmente alla ricerca della perfezione visiva (Kubrick), dove l’etica e l’armonia vengono distrutte dall’attacco epidermico di un virus, forza distruttrice di ogni elemento e scienza, implacabile se non con l’auto-distruzione del sistema stesso, una necessità apocalittica di luci flashanti (ancora una volta, Kubrick) che trasportano la (meta)fisicità in un universo parallelo in-captabile ed onirico. Perché ogni viaggio nello spazio, è necessariamente un’odissea.

(29/05/05)

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