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A DIRTY CARNIVAL
REGIA: Yoo Ha
SCENEGGIATURA: Yoo Ha
CAST: Zo In-sung, Cheon Ho-jin, Mamgoong Min, Lee Bo-yung
ANNO: 2006
A cura di Luca Lombardini
FAR EAST FILM FESTIVAL 07': GANGS
OF SEOUL
Che le produzioni coreane presenti all’ultimo Far East Film Festival avessero una marcia in più rispetto alle
altre “concorrenti” asiatiche, lo si è capito fin da subito. No Mercy For The Rude, Cruel Winter Blues e l’ultima
fatica del regista/ poeta Yoo Ha del
resto, sono la conferma di come questo “movimento”, si trovi ormai
a suo agio con le storie di celluloide che intrecciano gangster movie e film
noir. A Dirty Carnival fa parte di
una trilogia sulla violenza di strada
tutt’ora in essere, iniziata nel 2004 con il sorprendente Once Upon A Time In High School, e
ancora in attesta del suo capitolo conclusivo. Nulla di nuovo sotto il sole per
carità, ma la parabola di ascesa e caduta del piccolo malvivente, viene
trattata con una sensibilità di scrittura e una maestria tecnica che non può
certo lasciare indifferenti. L’autore dipinge un quadro reale e
tormentato della realtà criminale, lasciando respirare a tutto schermo dolori e
preoccupazioni del protagonista, costretto a dividersi tra attitudine
delinquenziale e ansie familiari (la madre malata, il fratello ribelle, le
difficoltà finanziarie). Un uomo qualunque quindi, che vive i problemi di tutti
i giorni ed è costretto ad ingraziarsi il suo capo come un semplice impiegato
farebbe con il suo superiore. Eccola la
vera bellezza di A Dirty Carnival:
affrontare il tema della criminalità organizzata, fotografando la zona
d’ombra più umana e terrena di quest’ultima. I gangster di Yoo Ha sono colletti blu che galleggiano
in superficie, operai della malavita ligi al codice e al dovere (<<anche
se non si hanno soldi in tasca non si deve andare in giro con un vestito che
non sia rispettabile>>), uomini d’affari temuti e considerati che
vigilano sul loro giro di denaro sporco alla luce del sole, usurai che
incassano (poco) di giorno e festeggiano (tanto) di notte. Figuri loschi e
privi di scrupoli con le camicie che coprono i tatuaggi sulla schiena,
individui della peggior risma che non si danno pensiero nell’appostarsi
nel soggiorno di casa fino a debito saldato, recupero crediti di agenzie
immobiliari dediti allo sfascio di mobili e soprammobili, voci roche e
minacciose che minacciano stupri e vendette all’interno di un cellulare.
Il regista dimostra di conoscere a menadito le dinamiche interne al genere
e, avvalendosi di una sceneggiatura curata e capillare, dipana con lucida
chiarezza la matassa di imboscate, tradimenti, colpi bassi e pugnalate alle
spalle, che caratterizza l’intero evolversi della vicenda. Più che a Chandler (come sostiene con fare un
po’ semplicistico Kim Kyun Hyun), le ispirazioni letterarie dell’opera sembrano guardare a Burnett e Hammett. In A Dirty Carnival non vi è traccia né
dell’ironia, né tanto meno di quella sensazione sospesa a metà tra
ridicolo e fantastico che rese celebre il personaggio di Philip Marlowe: semmai regna un clima di morte, di
“doppiogiochismo” e di destino segnato e funesto, sicuramente più
vicino all’idea di storia nera degli autori di Giungla d’asfalto e del Falcone
Maltese. Sospetto che diventa certezza nel momento in cui Yoo Ha chiude, come tradizione vuole, il
cerchio degli eventi. I due protagonisti non possono uscire dalla spirale
viziosa nella quale sono precipitati, il regista lo sa e spazza via i loro
sogni di gloria e redenzione proprio nel momento in cui stanno per toccare il
cielo con un dito. Byung-doo verrà scoperto appena un attimo prima che
l’amore della sua vita riesca ad emozionarsi per l’anello
regalatole, mentre l’amico Min-ho, pagherà un conto salatissimo per non
aver compreso quanto rischioso sia, giocare a fare il regista con i criminali
veri. All’origine di A Dirty
Carnival c’è sicuramente la passione per Scorsese e per i suoi
“bravi ragazzi”, ma anche la rilettura moderna delle selvagge lotte
di appropriazione sul territorio, che caratterizzarono i momenti più accesi di Gangs of New York. Qui riletti
all’interno di sequenze
d’azione, che nulla hanno a che vedere con l’acrobatica
sincronia tipica delle coreografie orientali: niente capriole, piroette o calci
volanti, ma solo il rumore secco delle ossa che si spezzano sotto i colpi delle
mazze da baseball, accompagnato dal sordo penetrare nelle carni dei coltelli da
sashimi. Regia sicura, fotografia metropolitana e improvvisi quanto bilanciati
momenti di furore, che ben si sposano con l’azzeccata trovata
metacinematografica del “film nel
film”, con i due vecchi amici d’infanzia Byung-doo e Min-ho,
che si ritrovano all’improvviso, il primo intento a descrivere come sia
la vera esistenza di un gangster, e il secondo incapace di fermarsi, nel
trasportare sul grande schermo confessioni che sarebbero dovute rimanere
segrete.
A Dirty Carnival è un ottimo esempio di
blockbuster made in Corea con potenzialità enormemente superiori a prodotti in
stile Bittersweet Life. Ad
avercene….
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