FUTURE FILM FESTIVAL 2006: (TRA) TRADIZIONE E (R)INNOVAZIONE

A cura di Pierre Hombrebueno & Alessandro Tavola

Il Future Film Festival è confinato (non a termine dispregiativo, attenzione) tra il passato e il futuro, nonostante tenti promozionalmente (e forse ideologicamente) a tendere verso quest’ultimo versante pseudo futuristico tra i nuovi linguaggi del Cinema (eh, Cinema? Ma si) o semplicemente dell’audio-visivo.
Più che di Cinema (eh, Cinema? Ma si), di Cinema in senso lato, il Future s’è informato di informarci (gioco di parole assai poco divertente) riguardo il back-stage di questo neo-audio-visivo-diffuso-post-moderno-modernizzante, con gl’incontri specializzati con rappresentanti delle neo-case-di-(pseudo)cinema quali la Pixar Animations o la Industrial Light & Magic. Incontri interessanti (forse), ma che interessa più agli studiosi di tecniche digitali che ai Cinefili veri e propri.
Ma in fondo il Future Film Festival nasce proprio a questo scopo, per delineare il percorso che stanno attraversando e che attraverseranno le nuove forme di linguaggi audio-visivi, del post-moderno che con paura o fierezza sta inghiottendo la settima arte.
Così, tra le anteprime presentate, figurano titoli quali Aeon Flux, simbolo tra i tanti (e assai palloso come tanti) della nuova ondata di adattamenti animangatici hollywoodizzati, o Casshern, film totalmente ricoperto al digitale, dove tutto è di plastica e puzza di plastica.
Eppure, dicevamo prima, il Future Film Festival non è (propriamente) un festival futurizzante (e in questo risiede il suo maggior pregio), in quanto a discapito della (ri)nnovazione, c’è e persiste invece un forte concentrato di tradizione artigianale per il classico, per il (grande) Cinema che fu che la manifestazione bolognese si diverte a (ri)scoprire ogni volta, ricordiamo per esempio quella rassegna dei primi Anime muti della scorsa edizione. E’ questo, principalmente, ciò che amiamo del FFF, le sue opere di nicchia. Sinceramente c’interessa poco delle anteprime (anonime, quasi sempre), dei convegni su King Kong-Narnia-ISDA o quant’altro. Noi cerchiamo d’esplorare l’invisibile, la barriera dell’ignoto cultural-cinematografico che come tradizione di Cinema (eh, Cinema? Assolutamente SI) c’ha riempite le giornate festivaliere. Quest’anno la manifestazione ha proposto rarità sulle opere giapponesi a stampo fantasmagorico (Storie di fantasmi giapponesi); non è tanto chiaramente una scelta per delineare il cinema futuristico, bensì una meta-esplorazione del presente, che viene conosciuto tramite il passato. Ed è facile capire che nessun Ringu o pseudo affine potrà mai valere un Yamamoto o un Kuroda.
Le giornate del Future appena trascorso le ricorderemo per il grande omaggio al classico, tutto questo al contrario di quanto vorrebbe far emergere l’ideologica concezione del Festival, che (penso) puntava appunto sul linguaggio(linguaggi) del futuro, e non del passato.
In fondo, persino l’omaggio ad un grande quale Jannik Hastrup non è che segno di una classicità primitiva (Lumièriana, volendo) che tenta incessantemente di riemergere, una forma di (ri)animazione basilare, anti pixar e (quasi) anti 3d, grezza e proletaria.
Ma forse, è proprio questo ciò che indirettamente ci sta dicendo il Future Film Festival: per delineare il futuro, è innanzitutto necessario conoscere il passato e il presente. Per questo, il FFF, è in realtà il Past-Present-Future Film Festival, ma anche una very international festival, considerando la grandissima quantità di film asiatici (riecheggiamento quasi alla Fareast Film di Udine, che guardacaso ri-aprirà i battenti tra un paio di mesi), senza contare gl’anglo-americani, et il resto d’europa. Proprio dall’animazione deriva la potenzialità mediatica di questo evento tra i giovani (si pensi all’Inuyasha Day, il fenomeno anime scaturito in Italia grazie ad Mtv), e proprio la gioventù sembra essere il target principale del Festival. Come a dire, ancora una volta: meglio puntare sugli spettatori del futuro, che però stanno ancora immersi nel loro passato-presente che si sovrappone nell’emotività.
Il Future Film Festival è sempre una vetrina fresca ed interessante per questo. Immatura, se vogliamo (numerosi i difetti tecnici nelle proiezioni). Eppure, nella sua piccolezza, è un evento di contorsioni e combulsioni, di visioni e invasioni, di fantasmi
àspiriti, spiritiàfantasmi, fantasmiàspiritosi, da gioire come giornate di collettività (più o meno) (a)cinefile. In fondo, come abbiamo sempre detto, il FFF è proprio il nostro capodanno ritardato. E anche stavolta, ne usciamo più ricchi.

I NUMERI DEL FFF 2006:

600 ore di programmazione
300.000 e oltre di presenze
250 giornalisti accreditati
130 tra incontri e pseudo tali

I PREMIATI:

Il Platinum Grand Prize, tradizionalmente assegnato alla realtà che si è distinta per l'impiego delle nuove tecnologie nel cinema, è andato all'ultima produzione Pixar, il cortometraggio One Man Band di Andrew Jimenez.
Il Future Film Festival Digital Award, premio assegnato in collaborazione con Alias e riservato ad opere italiane è andato a Dadà Mc / Reboot the world di Gianni Sinni della società LCD (primo premio) e a Stop Me di Massimiliano Gherzi della società Direct To Brain (secondo premio).
Tra i cortometraggi in gara per Future Film Short i più votati dal pubblico del FFF, che si sono così aggiudicati il Premio del Pubblico GAN sono Little Things di Daniel Greaves (primo premio di 1000 euro) e Limbo ArtHistory di Patrizio Ansaloni e Andrea Nadalini (secondo premio 500 euro).
A vincere il Future Web Festival sono stati per la categoria independet Yamamoto Kyoko (primo premio) col sito www.terotero.com e Samuele Schiavo (secondo premio) con sito www.samueleschiavo.it; per la categoria corporate hanno vinto Sergio Sini (primo premio) con il sito www.exte.it e Silvia Saba (secondo premio) con il sito www.screenweek.it

(25/01/06)

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