HOLLYWOOD POST 9/11

A cura di Pierre Hombrebueno

Forse sarebbe paradossale, se non errato, affermare che dopo il 09/11/01 il Cinema abbia cambiato formalità e modi d’operazione. E’ forse più esatto dire che ciò che è cambiato, dopo la tragedia delle twin towers, è invece la percezione spettatoriale (e critica) verso alcune tematiche e modi di fare Cinema pre-esistenti. Non è cambiato il processo del “fare cinema” (senza ovviamente contare le varie operazioni di censura scattate dopo il d-day, come avvenuto per Spiderman di Raimi, in cui sono state cancellate in post-produzione le scene dell’uomo ragno in volo tra le torri gemelle), bensì il mondo di “capire il cinema”, di lettura filmica che irrimediabilmente, porge a riflettere (e riflettersi, anche involontariamente) in analisi indirizzate al post 9/11.
Facciamo subito un esempio concreto. Se un film come The Village fosse uscito in un periodo pre 9/11, avrebbe sicuramente perso gran parte della sua carica sociologica ed evocativa, quel versante-specchio di ciò che siamo diventati dopo il crollo di quelle due torri. Il micro-cosmo dell’autore indiano assume una valenza così forte, così d’impatto, così esplicitamente metaforico dell’America (della paura) di oggi grazie a quel riflesso politico che abbiamo visto in televisione e letto sui giornali, seppur non ci siano riferimenti visivi all’interno dell’opera stessa.
Dunque, nel post 9/11, tutto il Cinema, volente o nolente, si vede forzatamente riconciliato con la politica, con una critica o meno all’America ferita nel suo centro vitale, uno stato che vive dei suoi incubi sempre più giganti. Come un fantasma travolgente, la politica ha irrimediabilmente inglobata e direzionata la settima arte verso di essa, verso una dialettica univoca e obbligata, tastata a molo.
Così, Crash di Paul Haggis è necessariamente letto come il tentativo di ri-elevare all’opinione pubblica mondiale i valori trasfigurati di una nazione. Vice-versa, Gangs of New York di Scorsese viene forzatamente codificato come il nuovo Nascita di una nazione, il ritratto di un’America razzista e nato nel sangue, e per questo, boicottato per esempio dagli Oscar (11 nominations. Zero premi).
Molti film americani, oggi, devono passare senza via d’uscita tramite i raggi x del 9/11 (e le sue conseguenze), i flussi vengono assemblati e portati verso quella direzione, ruotare attorno ad un atto o “testimonial” politico, sorta di nuova macchina che apostrofa (con intuizione) sotto pseudi-messaggi celati, non apparenti, astratti.
Perchè senza il 9/11, Crash sarebbe “solamente” un film corale buonista. Gangs, sarebbe semplicemente un nuovo Scorsese in altri spazi e in altri tempi.
Invece no, oggi, Crash è a tutti gl’effetti un film pro-americano e Gangs anti-americano. Eppure, è dall’inizio della sua carriera che Scorsese racconta di un’America violenta e cupa, della morte dei sogni a stelle e strisce (Travis Bickle, ma anche The King of Comedy e tantissimi altri), ma mai come con Gangs è stato catalogato come “anti-americanismo”.
Come già successo col Vietnam, ritorniamo dunque in quella dimensione del Cinema Americano dove la valenza più filmica/cinematografica viene sottomessa all’impatto politico che si presume l’opera abbia comunicato. Un esempio è sempre Crash di Haggis, che s’è portato a casa l’Oscar come Miglior Film nonostante fosse oggettivamente il peggiore della cinquina candidata. Perché, politicamente parlando, era seriamente il film più corretto: Brokeback Mountain mostra un’America omofobica, Goodnight & Goodluck ripercuote sui temi scottanti del maccartismo, Munich è quasi nichilista, mentre Capote riscopre quasi una simpatia (umanistica) verso delle bestie contro cui la nazione di Bush pseudo-lotta. Crash invece parla di cattivi che diventano buoni, razzisti che si redimono, pace e fratellanza, comprensione, libertà-uguaglianza-fratellanza et battilapesca, insomma è il ritratto che l’America vuole avere davanti al mondo, un riscatto telematico, pubblicitario e patriottico.
E sempre ripercorrendo gl’ultimi vincitori agli Academy Awards (l’espressione più forte e mediatica del Cinema Hollywoodiano), tolto il capolavoro Million Dollar Baby di Clint Eastwood, abbiamo visto il ri-affiorire di due generi creduti ormai morti: il musical del Chicago di Rob Marshall, e il fantasy Lord of the rings di Peter Jackson. Sebbene possa sembrare il sinonimo di una tendenza prettamente cinematografica, è invece nient’altro che la risposta della Hollywood post 9/11: così come durante gli anni della 2° guerra mondiale, la fabbrica dei sogni sente il dovere e la necessità di esorcizzare la realtà, mascherare la paura e le ombre minacciose di questa vecchia nuova America. Bisogna far rivivere il sogno dell’evasione completa, e quali miglior generi per scappare dalla realtà se non il musical e il fantasy, intanto che si aspetta il film pseudo-realistico si, ma dalla correttezza politica pulita fino al midollo aka Crash.
Come prima reazione politica, Hollywood si maschera, si cela, protegge il culo di sé stesso e della sua nazione. Si riscopre (obbligatoriamente) il patriottismo, esiliando (non poi in senso così metaforico) tutto ciò che potrebbe nuocere l’immagine pubblica della nazione a stelle e strisce.
Ovviamente, con le dovute eccezioni, che guardacaso derivano proprio da quelle personalità profondamente più autoriali che non possono sottostare a finti giochi di finzione, dipingendo la parte più oscura di questa realtà, di questa società mutata (e mutilata), di questo percepire verso il nero e l’oblio; Autori in cui il 9/11 ha provocato più di un’interrogazione morale(moralistica) e che hanno deciso di spingere il proprio Cinema verso una trasformazione o una trasfigurazione esplicita; in primis Steven Spielberg, che dopo decenni di carriera da perfetto buonista, sente il dovere di levarsi finalmente da questa luce per trasferirsi nel buio del pessimismo, nello sguardo ormai sempre più nichilizzante e nichilistico verso un futuro senza direzioni. Non è più tempo di sognare a Hollywood, e Spielberg (icona stessa del sogno) distrugge sé stesso per rinascere in una sorta di ground-zero percettivo della realtà e di ciò che siamo (diventati) ora. Persino l’ultimo episodio della saga di Star Wars ha una carica riflessiva mai così forte in riferimento ai film precedenti. E quella battuta, “E’ così che muore la democrazia: tra scroscianti applausi” è una chiara (involuta? può anche darsi) presa di posizione verso la situazione politica degli States.
Si tratta, come abbiamo già detto, sempre di un gioco dell’oca. Pura interpretazione legata ai tempi che siamo costretti a sopportare, sottolineando ancora una volta il carattere profondamente ossimorico del Cinema, la sua infinita valenza nonché da sempre specchio della modernità, dell’occhio in cui l’uomo ormai rispecchia, percepisce, assorbe e rielabora il mondo.
Una cosa certa riguardo questo rafforzamento percettivo del Cinema possiamo però dirla: siamo nuovamente tutti invitati a sommergerci dentro quei fotogrammi neri per nuotare nel buio. In qualche modo un ulteriore avvicinamento della filmicità alla vita reattiva (e viceversa), l’Arte che ri-diventa automaticamente propaganda, reazionismo, scattante. Una ricchezza in più di stimoli e di estetica, di questo “sentire al massimo con i sensi”. All’occhio si aggiunge il fegato, e il fantasma mai così globalizzato e concreto direttamente dietro casa: E’ il carattere (e la forza) del Cinema come auto-matismo, come strumento assorbente più forte e ricco all’alba del post-modernismo. E’ dal Vietnam che il Cinema Americano non colpisce così duro a livello politico. Che non sputa, urla, aggredisce così spudoratamente, con la volontà anche incontrollata (e incontrollabile) dell’autore stesso.
Ecco dunque Michael Moore con il suo Fahrenheit 9/11, l’attacco più esplicitamente politico (premiato pure a Cannes) di questi regimi che stanno facendo sprofondare il mondo verso una depressione senza ritorno. La sua opera(zione) viene sbagliatamente definita “documentario”, ma in verità è semplicemente un urlo e una protesta, una serie di montaggi “teorici” esposti poi nella tesi finale: George W.Bush è una merda, un bugiardo, e un coglione.
Noi, in tutta la nostra onestà intellettuale, possiamo dirci d’accordo con lui.

(19/10/06)

HOME PAGE